Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfQuando termina un periodo di tempo ben definito, come un secolo ad esempio, è naturale tracciare un riassunto dei traguardi raggiunti in quel periodo. Operazione che, pur nella dovuta serietà dell’analisi del passato, ha anche un grande valore come programmazione dell’azione futura. Ogni sguardo valutativo di quello che si è fatto ieri implica un progetto per quello che si intende fare domani. Inoltre le singole persone ritenute significative nel passato, vengono sempre ad assumere un valore di modello da imitare, od eventualmente da rifiutare.

Il campo delle teorie sociali e dei movimenti corrispondenti è stato particolarmente ricco nel XX secolo. Iniziato con il contrasto tra lo stato liberale ed i movimenti popolari, è continuato con i tragici esperimenti sovietico e fascista, per terminare con la grande ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale; ricostruzione che si è sviluppata e continuata nella globalizzazione.

La Chiesa cattolica ha seguito attentamente questo sviluppo storico ed è stata parte attiva della vita sociale di tante nazioni, sia con l’impegno sociale dei suoi membri che con l’elaborazione di teorie sociali dei suoi studiosi. Nell’intento di presentare almeno una parte del contributo della Chiesa noi abbiamo preso in considerazione i membri di un Ordine religioso, in quanto esso rappresenta un gruppo con una certa omogeneità. Si sarebbe potuto prendere qualsiasi altro Ordine o famiglia spirituale abbastanza consistente ed ottenere probabilmente risultati ugualmente apprezzabili per la collettività. Ma noi riteniamo che la Chiesa cattolica e l’Ordine domenicano meritino una particolare attenzione per quanto hanno prodotto e anche per quanto potranno ancora offrire.

I cattolici, e i religiosi tra di loro in modo particolare, credono - come noi crediamo - che la loro tradizione contiene un ampio nucleo di verità e di attività che va messo a servizio di tutta la società umana. Riteniamo quindi che gli uomini di cui si parla in questo libro abbiano dato testimonianza sufficiente di quello che dalla nostra tradizione - cristiana, cattolica, religiosa domenicana - può venire di bene in azioni ed idee per la tutta la nostra società contemporanea. Essi quindi rappresentano dei modelli rilevanti di pensiero e di realizzazione umana, senza escludere che ne esistano altri significativi, anche al di fuori della Chiesa storica, ad es. la figura del Mahatma Gandhi.

Il XX secolo è stato nella storia degli ordini religiosi cattolici, specialmente in Europa, un secolo particolare. Per i domenicani è iniziato con una situazione giuridica molto limitativa delle loro libertà pubbliche, specialmente in stati cattolici come Francia e Italia, è continuato con una crescita numerica fino al Concilio (da 1920 quindi, fino al 1960 circa), e finito con una progressiva riduzione degli organici. Se all’inizio del secolo esso contava 4000 membri, all’epoca del Vaticano II era giunto a circa 10000 (tra cui molti giovani) per scendere all’inizio del terzo millennio a 7000 (tra cui molti anziani).

La situazione cambia molto non solo nel corso dei 100 anni, ma bensì anche a secondo della zona geografica. La presenza negli Stati Uniti d’America ha radici recenti e soprattutto molto diverse da quelle nell’America Centrale e del Sud. Contesti ampiamente diversi hanno la presenza domenicana in Spagna e quella in Austria, paesi e stati pur tradizionalmente cattolici, e ancor più quella in Germania sotto la preminenza della Prussia, stato nato dalla riforma e dalla secolarizzazione del XVII secolo.

Perciò l’introduzione al volume che noi abbiamo scritto, avrebbe dovuto essere molto estesa e anche specifica per poter inquadrare sufficientemente l’opera ed il pensiero dei pensatori e degli operatori che vengono presentati. Senza di questo si rischia di non cogliere il significato e la portata delle teorie e delle persone che si incontrano. Ugualmente è necessario rifarsi alla situazione generale del XIX secolo e tenerla ben presente. Si vedano perciò, ad es., i quattro capitoli di Oskar Köhler dedicati alla Formazione del Cattolicesimo nella società moderna nel penultimo volume della Storia della Chiesa pubblicata da Hubert Jedin e tradotta in molte lingue.

Il volume quindi non ha inteso fare un’opera completa di storia del pensiero e dell’azione sociale dell’ Ordine domenicano lungo l’ultimo secolo. Questo lavoro dovrebbe essere inserito con cura nel quadro più generale della storia della Chiesa Cattolica. Come ad esempio ha fatto Wilhelm Weber, professore di morale sociale all’Università di Műnster in Germania, alla fine degli anni ‘70 in Società e Stato come problema per la Chiesa apparso come capitolo nell’ultimo volume (La Chiesa universale nel XX secolo) del già citato Jedin. Infatti i domenicani si inseriscono organicamente e primariamente nel quadro dell’azione sociale e cristiana del loro Paese e solo successivamente il loro pensiero e la loro azione acquisiscono valore per la Chiesa universale. Le singole analisi vengono quindi presentate come contributo ad uno studio di sintesi che proponga visioni d’insieme.

I domenicani nel XX secolo sono tutti formati rigorosamente nella dottrina neotomista che garantiva allo stesso tempo unità dottrinale alla Chiesa (enciclica Aeterni Patris di Leone XIII) e unità di formazione ed azione all’Ordine. Molte dei fratelli presentati nel volume sono stati alunni dell’Angelicum, la Scuola Universitaria centrale dell’Ordine a Roma, oppure hanno avuto come maestri docenti formati a tale scuola.

La dottrina di Tommaso in campo politico e sociale si prestava bene come sfondo alla riflessione sulla modernità perché concepito nell’Europa medievale delle Università e delle città libere, dove l’attività commerciale era centrale.

E’ infatti nel XIII secolo che si sviluppano le attività commerciali e bancarie legate al fiorire delle libere città italiane, fiamminghe e dell’Ansa tedesca, dalle quali prese inizio l’economia civile che è alle radici della nostra economia di mercato. Era un’epoca nella quale le forze vive della società si schieravano contro il paternalismo feudale in nome del popolo e dell’iniziativa privata: per questo il richiamarsi ad essa ha ben potuto servire per opporsi agli stati nazionali autoritari e centralizzatori nati dal XIX secolo e fiorenti nel XX. Le nozioni di Bene Comune e di Legge Naturale, così tipicamente tomasiane, saranno non solo centrali nella Dottrina sociale della Chiesa ufficiale ma anche nei pensatori che, specialmente all’epoca del Concilio Vaticano II, si opposero ad essa dall’interno della Chiesa più per problemi di applicazione storica di tali principi che per contestazione teoretica.

Le personalità presenti nel volume sono sia dei teoretici come Welty e Utz, che impegnati in movimenti sociali come Stratmann, Pire, Lévesque, o a loro agio nei due campi come Lebret e Pinto de Oliveira. Ma anche gli operatori non sono meri esecutori, bensì persone che dalla prassi e dall’esperienza hanno tratto una dottrina e soprattutto l’hanno comunicata. Ed hanno anche partecipato a movimenti, oppure li hanno iniziati, per la realizzazione delle loro idee. Per questo motivo i contributi sono organizzati in modo diverso. Per alcuni la biografia sarà di poche righe, per altri il racconto della loro vita sarà intrecciata con il percorso intellettuale dello sviluppo delle idee.

Alcuni dei contributi interessano il nostro tema anche per gli autori degli stessi. E’ il caso di quelli di Pinto (etico sociale sia in cattedra a Friburgo in Svizzera, che sul campo in Brasile), Engelhardt (attivo negli ultimi trenta anni nella vita della chiesa in Germania, sia per un rinnovamento del tomismo filosofico, che per una maggior apertura alle istanze del socialismo), Puel e Lavigne (per lunghi anni membri e direttori di Economie & Humanisme), De Clercq (successore di Rutten e Van Gestel sulla cattedra di Lovanio), van Ooijen (per 15 anni membro della Seconda Camera del parlamento olandese), Ockenfells (ordinario di dottrina sociale della Chiesa a Trier in Germania ).

Ci si chiederà perché non compaiono suore domenicane tra le persone studiate. Il motivo principale è che nella prima metà del secolo esse si occupavano poco di studi superiori ed in seguito sono state talmente impegnate nell’organizzazione dell’insegnamento anche superiore che non hanno potuto produrre contributi teoretici apprezzabili a livello mondiale. Non dimentichiamo però che sia nell’insegnamento primario che secondario esse hanno giocato un ruolo deciso per tutta la Chiesa (come negli USA). Attualmente iniziano ad evidenziarsi diverse personalità di spicco, prima tra tutte Sr. Mary Nona Mc Greal (*1914) sotto la cui direzione si sta pubblicando l’opera in più volumi: The Order of the Preachers in the United States. Della stessa autrice si può vedere Role of a teaching sisterhood in American education. Catholic University of America Press, Washington 1951.

La scelta delle figure da studiare è stata fatta inizialmente secondo un piano prestabilito: tutte le figure rilevanti nel numero maggiore di aree culturali. Successivamente abbiamo accettato i suggerimenti di diversi autori e qualche volta abbiamo anche dovuto modificare il nostro piano a causa di autori che sono venuti a mancare.

La scelta degli autori dei contributi è stata fatta in base alla loro competenza in relazione alla persona da noi proposta. Qualche volte gli autori stessi hanno proposto, causa la loro competenza specifica, le figura da studiare. E’ il caso ad es. del contributo sui domenicani Croati: dei quattro presentati, uno solo è veramente noto anche all’estero. Lo stesso vale per il Sudafrica ed anche per la Gran Bretagna. I curatori quindi hanno la responsabilità maggiore e definitiva delle scelte, ma sono stati attivamente aiutati dagli autori ai quali si sono rivolti.

Per quanto possa essere evidente, ogni esposizione, oltre che uno stile letterario diverso all’interno delle linee generali date agli inizi del lavoro ad ogni autore, mostra diversità di contenuto e di forma che non è solo esteriore. I curatori non hanno voluto intervenire troppo forzatamente sul metodo di esposizione, in tal modo è stata mantenuta una diversità che risulta arricchente per l’insieme del quadro. Ogni autore per questo esprime una propria valutazione sulla materia esposta che a sua volta diventa parte del contenuto definitivo dell’esposizione. In questo modo la lingua inglese usata per tutti i testi diventa solo un mezzo di comprensione, ma le diversità culturali delle diverse aree culturali resta in gran parte preservata.

Questo perché è ben chiaro che tutte le figure studiate, prima di essere domenicani, sacerdoti, cristiani cattolici, sono o sono stati uomini appartenente ad un’epoca ed ad una cultura particolare. Riteniamo che questa caratteristica non sia andata persa nell’opera collettiva, la quale ha inteso presentare sì dei domenicani impegnati nel sociale, ma non di presentare una galleria di uomini illustri senza alcuna relazione con la loro realtà storica.

I domenicani francesi nel XX secolo hanno dato un contributo notevole dal punto di vista sia qualitativo che quantitativo all’etica sociale, intesa in senso vasto. Il libro però presenta a questo proposito delle notevoli mancanze che è giusto confessare apertamente. A causa di diverse rinunce di collaboratori ci siamo alla fine trovati senza tre contributi importanti: quelli su M.-D. Chenu, sui Preti Operai domenicani e su P. Delos.

H.-D. Chenu (1895-1990) fece tutti i suoi studi di filosofia e teologia all’Angelicum di Roma all’epoca della prima guerra mondiale. Rientrato a Le Saulchoir iniziò il percorso dottrinale che doveva farne uno dei teologi più significativi per la Chiesa del Vaticano II. Partito come medievista, si trovò dopo la seconda guerra mondiale impegnato nel movimento dei preti operai e nel confronto con il marxismo. Si veda il suo studio Pour une théologie du travail (Paris, Seuil, 1955). Di particolare importanza il suo studio La doctrine sociale de l’Eglise comme idèologie (Paris, Cerf, 1979), interpretata come ideologia borghese e che divenne un punto di riferimento per tutti quelli che, all’interno della chiesa stessa, criticavano quell’insieme dottrinale. Non è possibile dare qui un’esposizione sommaria della sua posizione, o meglio del suo percorso sia personale che dottrinale. Basti ricordare che il suo influsso, dovuto anche alla sua personalità estremamente amichevole, è stato profondo sul mondo colto cattolico a lui contemporaneo e non è ancora finito. Si legga la sua autobiografia/intervista Un thèologien en libertè (Paris, Centurion, 1975) scritta da Jacques Duquesne.

Il pensiero personale dei due curatori di questa raccolta è che Chenu abbia avuto ragione nel criticare una certa utilizzazione borghese e socialmente conservatrice che se ne faceva, piuttosto che la dottrina sociale della chiesa in sé. Infatti nell’immediato secondo dopoguerra non pochi circoli conservatori utilizzavano la dottrina cattolica in funzione meramente politica. Non va però dimenticato che negli anni della guerra fredda non era facile distinguere le idee teoretiche dai fatti politici e che comunque la posizione di Chenu a livello propositivo era piuttosto indefinita.

Dei preti operai sappiamo ora che è stato un movimento molto complesso, nel quale generosità umana e cristiana ed ingenuità politica si sono intrecciate con i calcoli istituzionali e le paure clericali degli ultimi due secoli. Si consultino in proposito E. Poulat, Naissance des prêtres-ouvriers. (Paris, Casterman, 1960) e F. Leprieur, Quand Rome condamne. Dominicains et prêtres-ouvries ( Paris, Plon - Cerf, 1989). In occasione del cinquantenario della condanna (1954-2004) in Francia si è sviluppato un interessante dibattito chiarificatore, al quale hanno partecipato anche diversi Vescovi. Può essere interessante sapere che i domenicani coinvolti direttamente all’inizio del 1954 erano dodici, ma rappresentavano, anche all’interno dell’ Ordine in Francia molto di più che il loro valore numerico.

Thomas Delos (1891-1975) è stato professore di diritto internazionale all’Istituto Cattolico di Lilla e durante la guerra ha partecipato alla resistenza diventando amico in Canada di Jacques Maritain. Negli anni ’50 e ‘60 ha insegnato alla Facoltà di Scienze Sociali dell’Angelicum a Roma, esercitando contemporaneamente l’ufficio di consigliere giuridico dell’Ambasciata francese presso la Santa Sede. E’ stato membro della commissione generale delle settimane sociali di Francia. Già impegnato negli anni trenta in diverse attività per riformare la teoria cattolica della guerra giusta, il suo campo d’attività scientifico è sempre rimasto il diritto internazionale. Si può vedere Albert Broderick (ed.), French Institutionalists (Harvard University Press, 1970); Renè Théry, L’oeuvre du R.P. Joseph-Thomas Delos. Philosophie du Droit e Vie Internationale in Mélanges de Science Religieuse, Lille, 1975, pp.123-149 (con la bibliografia completa di Delos) e la tesi dottorale di Giuseppe Pinto, Teoria dell’istituzione e diritto internazionale in J-Th. Delos, Roma, Pontificia Università Lateranense, 1991.

Per quanto riguarda le convergenze e divergenze si possono fare alcune osservazioni riassuntive.

Abbiamo già accennato che tra i confratelli presentati esistono diverse tipologie. Balič , Arntz, Utz, Welty, Todolì, Ashley sono certamente dei professori, dei docenti allo stato puro. Mentre Lévesque, O’Rourke, Pinto sono dei ricercatori ma al contempo operano nel sociale. In modo analogo Lebret e Nolan, sono profondamente immersi nella prassi ma sono anche ottimi scrittori sia delle proprie esperienze che della rilevanza culturale che esse hanno. Altri come Gafo, Gerard, Pire possono essere definiti uomini d’azione.

Se volessimo scoprire gli influssi che i diversi attori hanno avuto fra di loro, si può dire, semplificando, che all’inizio del secolo XX i confratelli belgi, specialmente la figura di Rutten, con il loro impegno sul lavoro, sono stati modello per gli altri, in modo particolare per quelli di lingua francese e spagnola. Subito dopo la seconda guerra mondiale è gruppo francese di Ėconomie & Humanisme che esercita il massimo influsso, sia per la sua novità che per il suo stare a metà strada tra la ricerca empirica e la teorizzazione. Parallelamente il gruppo tedesco di Walberberg ebbe un influsso indiscusso, soprattutto a causa della sistematicità teoretica dei suoi membri e per il loro impegno nel campo dell’economia di mercato sociale.

Tra le figure che vengono esaminate possiamo facilmente trovare temi che hanno interessato diversi di loro.

Indichiamo come primo tema la pace. Su questo tema, sempre attuale, troviamo Stratmann che abbinò nella sua lunga vita la teorizzazione, l’organizzazione e la testimonianza personale. Pire si impegnò piuttosto nell’aiuto a coloro che soffrono per le conseguenze della guerra. Vi unì un forte impegno per l’istituzioni di luoghi di formazione di operatori per la pace. Arntz infine partecipò costantemente ai dibattiti del secondo dopoguerra in una società come quella olandese che è una delle più liberali in Europa e nel mondo.

Il principio di sussidiarietà è presente presso molti dei nostri autori. Van Gestel e Kuničič lo ritengono essenziale all’agire dello Stato e Ashley e O’Rourke lo associano strettamente a quello del bene comune; Booth invece lo vede come necessario alla sua idea di economia mista.

Il tema del lavoro ha attirato l’attenzione soprattutto di Rutten all’inizio del secolo. Oggi i problemi si pongono in modo diverso, ma la relazione tra il capitale e la forza lavoro (anche se molto specializzata) si pone continuamente. Anzi, il problema della delocalizzazione delle fabbriche e della emigrazione dei luoghi di produzione al seguito del capitale è quanto mai attuale. Le riflessioni teoretiche sul lavoro di Todolì e di Krąpiec sono quindi preziose, in quanto oggi la società sta ripensando il concetto stesso di lavoro, sia di quello subordinato che autonomo. Anche per Kuničič il lavoro ha un alto valore personale e sociale.

Il tema dell’economia umanizzata è un altro che trova molte convergenze. Iniziando dai domenicani inglesi tra le due guerre mondiali, per arrivare evidentemente ad Ėconomie & Humanisme. Ma anche i membri del gruppo di Walberberg hanno riflettuto seriamente sugli aspetti economici della vita sociale, in modo particolare Utz.

Infine non possiamo trascurare un tema della seconda metà del secolo altamente rilevante sia dal punto di vista teologico che sociale, quello del peccato strutturale. Evidentemente i sudafricani Connor e Nolan sono in prima linea su questo tema, ma anche Pinto e i brasiliani si rifanno a questa nozione continuamente.

Si diceva al numero 1 che l’Ordine all’inizio del terzo millennio si trova ad essere ridotto di numero e quindi di efficacia sociale. Questo però non deve far pensare che le prospettive per il futuro siano del tutto negative. Infatti attualmente la globalizzazione ci ha portato nuove possibilità di collaborazione sia per l’aumentata comunicazione in genere che per la possibilità di costituire reti di lavoro, dove la interdisciplinarietà è una delle caratteristiche.

Il patrimonio che la tradizione domenicana ha accumulato in sette secoli può essere messo a disposizione anche da un numero minore di testimoni, purché essi siano disponibili ad collaborare con forze affini, sia all’interno che all’esterno dell’Ordine e della Chiesa. Del loro patrimonio ci sembrano molto attuali, oggi, sia il pensiero della destinazione universale dei beni, dei diritti naturali, del bene comune, che quello della verità in genere. Infatti un grave pericolo del nostro mondo oggi è, oltre il fondamentalismo, anche il relativismo intellettuale, che in definitiva ritiene che tutto sia negoziabile e contrattabile, e anzi che senza questo non si possa avere pace sociale e quindi progresso. L’Ordine domenicano ha avuto in passato punte di fondamentalismo, di integrismo ma questo non significa che non abbiamo appreso nulla. La moderna critica della conoscenza ci ha insegnato ad essere accurati nelle argomentazioni, dall’accresciuta conoscenza storica abbiamo appreso a non dare giudizi di fatto di tipo ideologico, l’antropologia culturale ci ha mostrate le infinite possibilità che l’humanum ha di realizzarsi nel tempo e nello spazio. Ma le caratteristiche fondamentali della nostra eredità di pensiero sociale non per questo spariscono. Il costante riferimento alla verità, al fatto che essa, pur se difficilmente, sia raggiungibile, è una chiara opzione per realismo filosofico che sul piano sociale si trasforma in possibilità di orientamento.

E’ proprio questo il punto: i valori tradizionali del pensiero sociale domenicano, che in gran parte si ricoprono con la Dottrina Sociale della Chiesa, offrono alla multiculturalità un contributo di orientamento, pur nel rispetto delle persone e delle procedure moderne per giungere alla verità nei campi specifici della ricerca e dell’azione. Pensiamo quindi che la presentazione del passato prossimo sia una buona base per rilanciare il servizio che il nostro Ordine può fare alla Chiesa e alla sua presenza nel mondo del sociale.

Quando termina un periodo di tempo ben definito, come un secolo ad esempio, è naturale tracciare un riassunto dei traguardi raggiunti in quel periodo. Operazione che, pur nella dovuta serietà dell’analisi del passato, ha anche un grande valore come programmazione dell’azione futura. Ogni sguardo valutativo di quello che si è fatto ieri implica un progetto per quello che si intende fare domani. Inoltre le singole persone ritenute significative nel passato, vengono sempre ad assumere un valore di modello da imitare, od eventualmente da rifiutare.

Il campo delle teorie sociali e dei movimenti corrispondenti è stato particolarmente ricco nel XX secolo. Iniziato con il contrasto tra lo stato liberale ed i movimenti popolari, è continuato con i tragici esperimenti sovietico e fascista, per terminare con la grande ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale; ricostruzione che si è sviluppata e continuata nella globalizzazione.

La Chiesa cattolica ha seguito attentamente questo sviluppo storico ed è stata parte attiva della vita sociale di tante nazioni, sia con l’impegno sociale dei suoi membri che con l’elaborazione di teorie sociali dei suoi studiosi. Nell’intento di presentare almeno una parte del contributo della Chiesa noi abbiamo preso in considerazione i membri di un Ordine religioso, in quanto esso rappresenta un gruppo con una certa omogeneità. Si sarebbe potuto prendere qualsiasi altro Ordine o famiglia spirituale abbastanza consistente ed ottenere probabilmente risultati ugualmente apprezzabili per la collettività. Ma noi riteniamo che la Chiesa cattolica e l’Ordine domenicano meritino una particolare attenzione per quanto hanno prodotto e anche per quanto potranno ancora offrire.

I cattolici, e i religiosi tra di loro in modo particolare, credono - come noi crediamo - che la loro tradizione contiene un ampio nucleo di verità e di attività che va messo a servizio di tutta la società umana. Riteniamo quindi che gli uomini di cui si parla in questo libro abbiano dato testimonianza sufficiente di quello che dalla nostra tradizione - cristiana, cattolica, religiosa domenicana - può venire di bene in azioni ed idee per la tutta la nostra società contemporanea. Essi quindi rappresentano dei modelli rilevanti di pensiero e di realizzazione umana, senza escludere che ne esistano altri significativi, anche al di fuori della Chiesa storica, ad es. la figura del Mahatma Gandhi.

Il XX secolo è stato nella storia degli ordini religiosi cattolici, specialmente in Europa, un secolo particolare. Per i domenicani è iniziato con una situazione giuridica molto limitativa delle loro libertà pubbliche, specialmente in stati cattolici come Francia e Italia, è continuato con una crescita numerica fino al Concilio (da 1920 quindi, fino al 1960 circa), e finito con una progressiva riduzione degli organici. Se all’inizio del secolo esso contava 4000 membri, all’epoca del Vaticano II era giunto a circa 10000 (tra cui molti giovani) per scendere all’inizio del terzo millennio a 7000 (tra cui molti anziani).

La situazione cambia molto non solo nel corso dei 100 anni, ma bensì anche a secondo della zona geografica. La presenza negli Stati Uniti d’America ha radici recenti e soprattutto molto diverse da quelle nell’America Centrale e del Sud. Contesti ampiamente diversi hanno la presenza domenicana in Spagna e quella in Austria, paesi e stati pur tradizionalmente cattolici, e ancor più quella in Germania sotto la preminenza della Prussia, stato nato dalla riforma e dalla secolarizzazione del XVII secolo.

Perciò l’introduzione al volume che noi abbiamo scritto, avrebbe dovuto essere molto estesa e anche specifica per poter inquadrare sufficientemente l’opera ed il pensiero dei pensatori e degli operatori che vengono presentati. Senza di questo si rischia di non cogliere il significato e la portata delle teorie e delle persone che si incontrano. Ugualmente è necessario rifarsi alla situazione generale del XIX secolo e tenerla ben presente. Si vedano perciò, ad es., i quattro capitoli di Oskar Köhler dedicati alla Formazione del Cattolicesimo nella società moderna nel penultimo volume della Storia della Chiesa pubblicata da Hubert Jedin e tradotta in molte lingue.

Il volume quindi non ha inteso fare un’opera completa di storia del pensiero e dell’azione sociale dell’ Ordine domenicano lungo l’ultimo secolo. Questo lavoro dovrebbe essere inserito con cura nel quadro più generale della storia della Chiesa Cattolica. Come ad esempio ha fatto Wilhelm Weber, professore di morale sociale all’Università di Műnster in Germania, alla fine degli anni ‘70 in Società e Stato come problema per la Chiesa apparso come capitolo nell’ultimo volume (La Chiesa universale nel XX secolo) del già citato Jedin. Infatti i domenicani si inseriscono organicamente e primariamente nel quadro dell’azione sociale e cristiana del loro Paese e solo successivamente il loro pensiero e la loro azione acquisiscono valore per la Chiesa universale. Le singole analisi vengono quindi presentate come contributo ad uno studio di sintesi che proponga visioni d’insieme.

I domenicani nel XX secolo sono tutti formati rigorosamente nella dottrina neotomista che garantiva allo stesso tempo unità dottrinale alla Chiesa (enciclica Aeterni Patris di Leone XIII) e unità di formazione ed azione all’Ordine. Molte dei fratelli presentati nel volume sono stati alunni dell’Angelicum, la Scuola Universitaria centrale dell’Ordine a Roma, oppure hanno avuto come maestri docenti formati a tale scuola.

La dottrina di Tommaso in campo politico e sociale si prestava bene come sfondo alla riflessione sulla modernità perché concepito nell’Europa medievale delle Università e delle città libere, dove l’attività commerciale era centrale.

E’ infatti nel XIII secolo che si sviluppano le attività commerciali e bancarie legate al fiorire delle libere città italiane, fiamminghe e dell’Ansa tedesca, dalle quali prese inizio l’economia civile che è alle radici della nostra economia di mercato. Era un’epoca nella quale le forze vive della società si schieravano contro il paternalismo feudale in nome del popolo e dell’iniziativa privata: per questo il richiamarsi ad essa ha ben potuto servire per opporsi agli stati nazionali autoritari e centralizzatori nati dal XIX secolo e fiorenti nel XX. Le nozioni di Bene Comune e di Legge Naturale, così tipicamente tomasiane, saranno non solo centrali nella Dottrina sociale della Chiesa ufficiale ma anche nei pensatori che, specialmente all’epoca del Concilio Vaticano II, si opposero ad essa dall’interno della Chiesa più per problemi di applicazione storica di tali principi che per contestazione teoretica.

Le personalità presenti nel volume sono sia dei teoretici come Welty e Utz, che impegnati in movimenti sociali come Stratmann, Pire, Lévesque, o a loro agio nei due campi come Lebret e Pinto de Oliveira. Ma anche gli operatori non sono meri esecutori, bensì persone che dalla prassi e dall’esperienza hanno tratto una dottrina e soprattutto l’hanno comunicata. Ed hanno anche partecipato a movimenti, oppure li hanno iniziati, per la realizzazione delle loro idee. Per questo motivo i contributi sono organizzati in modo diverso. Per alcuni la biografia sarà di poche righe, per altri il racconto della loro vita sarà intrecciata con il percorso intellettuale dello sviluppo delle idee.

Alcuni dei contributi interessano il nostro tema anche per gli autori degli stessi. E’ il caso di quelli di Pinto (etico sociale sia in cattedra a Friburgo in Svizzera, che sul campo in Brasile), Engelhardt (attivo negli ultimi trenta anni nella vita della chiesa in Germania, sia per un rinnovamento del tomismo filosofico, che per una maggior apertura alle istanze del socialismo), Puel e Lavigne (per lunghi anni membri e direttori di Economie & Humanisme), De Clercq (successore di Rutten e Van Gestel sulla cattedra di Lovanio), van Ooijen (per 15 anni membro della Seconda Camera del parlamento olandese), Ockenfells (ordinario di dottrina sociale della Chiesa a Trier in Germania ).

Ci si chiederà perché non compaiono suore domenicane tra le persone studiate. Il motivo principale è che nella prima metà del secolo esse si occupavano poco di studi superiori ed in seguito sono state talmente impegnate nell’organizzazione dell’insegnamento anche superiore che non hanno potuto produrre contributi teoretici apprezzabili a livello mondiale. Non dimentichiamo però che sia nell’insegnamento primario che secondario esse hanno giocato un ruolo deciso per tutta la Chiesa (come negli USA). Attualmente iniziano ad evidenziarsi diverse personalità di spicco, prima tra tutte Sr. Mary Nona Mc Greal (*1914) sotto la cui direzione si sta pubblicando l’opera in più volumi: The Order of the Preachers in the United States. Della stessa autrice si può vedere Role of a teaching sisterhood in American education. Catholic University of America Press, Washington 1951.

La scelta delle figure da studiare è stata fatta inizialmente secondo un piano prestabilito: tutte le figure rilevanti nel numero maggiore di aree culturali. Successivamente abbiamo accettato i suggerimenti di diversi autori e qualche volta abbiamo anche dovuto modificare il nostro piano a causa di autori che sono venuti a mancare.

La scelta degli autori dei contributi è stata fatta in base alla loro competenza in relazione alla persona da noi proposta. Qualche volte gli autori stessi hanno proposto, causa la loro competenza specifica, le figura da studiare. E’ il caso ad es. del contributo sui domenicani Croati: dei quattro presentati, uno solo è veramente noto anche all’estero. Lo stesso vale per il Sudafrica ed anche per la Gran Bretagna. I curatori quindi hanno la responsabilità maggiore e definitiva delle scelte, ma sono stati attivamente aiutati dagli autori ai quali si sono rivolti.

Per quanto possa essere evidente, ogni esposizione, oltre che uno stile letterario diverso all’interno delle linee generali date agli inizi del lavoro ad ogni autore, mostra diversità di contenuto e di forma che non è solo esteriore. I curatori non hanno voluto intervenire troppo forzatamente sul metodo di esposizione, in tal modo è stata mantenuta una diversità che risulta arricchente per l’insieme del quadro. Ogni autore per questo esprime una propria valutazione sulla materia esposta che a sua volta diventa parte del contenuto definitivo dell’esposizione. In questo modo la lingua inglese usata per tutti i testi diventa solo un mezzo di comprensione, ma le diversità culturali delle diverse aree culturali resta in gran parte preservata.

Questo perché è ben chiaro che tutte le figure studiate, prima di essere domenicani, sacerdoti, cristiani cattolici, sono o sono stati uomini appartenente ad un’epoca ed ad una cultura particolare. Riteniamo che questa caratteristica non sia andata persa nell’opera collettiva, la quale ha inteso presentare sì dei domenicani impegnati nel sociale, ma non di presentare una galleria di uomini illustri senza alcuna relazione con la loro realtà storica.

I domenicani francesi nel XX secolo hanno dato un contributo notevole dal punto di vista sia qualitativo che quantitativo all’etica sociale, intesa in senso vasto. Il libro però presenta a questo proposito delle notevoli mancanze che è giusto confessare apertamente. A causa di diverse rinunce di collaboratori ci siamo alla fine trovati senza tre contributi importanti: quelli su M.-D. Chenu, sui Preti Operai domenicani e su P. Delos.

H.-D. Chenu (1895-1990) fece tutti i suoi studi di filosofia e teologia all’Angelicum di Roma all’epoca della prima guerra mondiale. Rientrato a Le Saulchoir iniziò il percorso dottrinale che doveva farne uno dei teologi più significativi per la Chiesa del Vaticano II. Partito come medievista, si trovò dopo la seconda guerra mondiale impegnato nel movimento dei preti operai e nel confronto con il marxismo. Si veda il suo studio Pour une théologie du travail (Paris, Seuil, 1955). Di particolare importanza il suo studio La doctrine sociale de l’Eglise comme idèologie (Paris, Cerf, 1979), interpretata come ideologia borghese e che divenne un punto di riferimento per tutti quelli che, all’interno della chiesa stessa, criticavano quell’insieme dottrinale. Non è possibile dare qui un’esposizione sommaria della sua posizione, o meglio del suo percorso sia personale che dottrinale. Basti ricordare che il suo influsso, dovuto anche alla sua personalità estremamente amichevole, è stato profondo sul mondo colto cattolico a lui contemporaneo e non è ancora finito. Si legga la sua autobiografia/intervista Un thèologien en libertè (Paris, Centurion, 1975) scritta da Jacques Duquesne.

Il pensiero personale dei due curatori di questa raccolta è che Chenu abbia avuto ragione nel criticare una certa utilizzazione borghese e socialmente conservatrice che se ne faceva, piuttosto che la dottrina sociale della chiesa in sé. Infatti nell’immediato secondo dopoguerra non pochi circoli conservatori utilizzavano la dottrina cattolica in funzione meramente politica. Non va però dimenticato che negli anni della guerra fredda non era facile distinguere le idee teoretiche dai fatti politici e che comunque la posizione di Chenu a livello propositivo era piuttosto indefinita.

Dei preti operai sappiamo ora che è stato un movimento molto complesso, nel quale generosità umana e cristiana ed ingenuità politica si sono intrecciate con i calcoli istituzionali e le paure clericali degli ultimi due secoli. Si consultino in proposito E. Poulat, Naissance des prêtres-ouvriers. (Paris, Casterman, 1960) e F. Leprieur, Quand Rome condamne. Dominicains et prêtres-ouvries ( Paris, Plon - Cerf, 1989). In occasione del cinquantenario della condanna (1954-2004) in Francia si è sviluppato un interessante dibattito chiarificatore, al quale hanno partecipato anche diversi Vescovi. Può essere interessante sapere che i domenicani coinvolti direttamente all’inizio del 1954 erano dodici, ma rappresentavano, anche all’interno dell’ Ordine in Francia molto di più che il loro valore numerico.

Thomas Delos (1891-1975) è stato professore di diritto internazionale all’Istituto Cattolico di Lilla e durante la guerra ha partecipato alla resistenza diventando amico in Canada di Jacques Maritain. Negli anni ’50 e ‘60 ha insegnato alla Facoltà di Scienze Sociali dell’Angelicum a Roma, esercitando contemporaneamente l’ufficio di consigliere giuridico dell’Ambasciata francese presso la Santa Sede. E’ stato membro della commissione generale delle settimane sociali di Francia. Già impegnato negli anni trenta in diverse attività per riformare la teoria cattolica della guerra giusta, il suo campo d’attività scientifico è sempre rimasto il diritto internazionale. Si può vedere Albert Broderick (ed.), French Institutionalists (Harvard University Press, 1970); Renè Théry, L’oeuvre du R.P. Joseph-Thomas Delos. Philosophie du Droit e Vie Internationale in Mélanges de Science Religieuse, Lille, 1975, pp.123-149 (con la bibliografia completa di Delos) e la tesi dottorale di Giuseppe Pinto, Teoria dell’istituzione e diritto internazionale in J-Th. Delos, Roma, Pontificia Università Lateranense, 1991.

Per quanto riguarda le convergenze e divergenze si possono fare alcune osservazioni riassuntive.

Abbiamo già accennato che tra i confratelli presentati esistono diverse tipologie. Balič , Arntz, Utz, Welty, Todolì, Ashley sono certamente dei professori, dei docenti allo stato puro. Mentre Lévesque, O’Rourke, Pinto sono dei ricercatori ma al contempo operano nel sociale. In modo analogo Lebret e Nolan, sono profondamente immersi nella prassi ma sono anche ottimi scrittori sia delle proprie esperienze che della rilevanza culturale che esse hanno. Altri come Gafo, Gerard, Pire possono essere definiti uomini d’azione.

Se volessimo scoprire gli influssi che i diversi attori hanno avuto fra di loro, si può dire, semplificando, che all’inizio del secolo XX i confratelli belgi, specialmente la figura di Rutten, con il loro impegno sul lavoro, sono stati modello per gli altri, in modo particolare per quelli di lingua francese e spagnola. Subito dopo la seconda guerra mondiale è gruppo francese di Ėconomie & Humanisme che esercita il massimo influsso, sia per la sua novità che per il suo stare a metà strada tra la ricerca empirica e la teorizzazione. Parallelamente il gruppo tedesco di Walberberg ebbe un influsso indiscusso, soprattutto a causa della sistematicità teoretica dei suoi membri e per il loro impegno nel campo dell’economia di mercato sociale.

Tra le figure che vengono esaminate possiamo facilmente trovare temi che hanno interessato diversi di loro.

Indichiamo come primo tema la pace. Su questo tema, sempre attuale, troviamo Stratmann che abbinò nella sua lunga vita la teorizzazione, l’organizzazione e la testimonianza personale. Pire si impegnò piuttosto nell’aiuto a coloro che soffrono per le conseguenze della guerra. Vi unì un forte impegno per l’istituzioni di luoghi di formazione di operatori per la pace. Arntz infine partecipò costantemente ai dibattiti del secondo dopoguerra in una società come quella olandese che è una delle più liberali in Europa e nel mondo.

Il principio di sussidiarietà è presente presso molti dei nostri autori. Van Gestel e Kuničič lo ritengono essenziale all’agire dello Stato e Ashley e O’Rourke lo associano strettamente a quello del bene comune; Booth invece lo vede come necessario alla sua idea di economia mista.

Il tema del lavoro ha attirato l’attenzione soprattutto di Rutten all’inizio del secolo. Oggi i problemi si pongono in modo diverso, ma la relazione tra il capitale e la forza lavoro (anche se molto specializzata) si pone continuamente. Anzi, il problema della delocalizzazione delle fabbriche e della emigrazione dei luoghi di produzione al seguito del capitale è quanto mai attuale. Le riflessioni teoretiche sul lavoro di Todolì e di Krąpiec sono quindi preziose, in quanto oggi la società sta ripensando il concetto stesso di lavoro, sia di quello subordinato che autonomo. Anche per Kuničič il lavoro ha un alto valore personale e sociale.

Il tema dell’economia umanizzata è un altro che trova molte convergenze. Iniziando dai domenicani inglesi tra le due guerre mondiali, per arrivare evidentemente ad Ėconomie & Humanisme. Ma anche i membri del gruppo di Walberberg hanno riflettuto seriamente sugli aspetti economici della vita sociale, in modo particolare Utz.

Infine non possiamo trascurare un tema della seconda metà del secolo altamente rilevante sia dal punto di vista teologico che sociale, quello del peccato strutturale. Evidentemente i sudafricani Connor e Nolan sono in prima linea su questo tema, ma anche Pinto e i brasiliani si rifanno a questa nozione continuamente.

Si diceva al numero 1 che l’Ordine all’inizio del terzo millennio si trova ad essere ridotto di numero e quindi di efficacia sociale. Questo però non deve far pensare che le prospettive per il futuro siano del tutto negative. Infatti attualmente la globalizzazione ci ha portato nuove possibilità di collaborazione sia per l’aumentata comunicazione in genere che per la possibilità di costituire reti di lavoro, dove la interdisciplinarietà è una delle caratteristiche.

Il patrimonio che la tradizione domenicana ha accumulato in sette secoli può essere messo a disposizione anche da un numero minore di testimoni, purché essi siano disponibili ad collaborare con forze affini, sia all’interno che all’esterno dell’Ordine e della Chiesa. Del loro patrimonio ci sembrano molto attuali, oggi, sia il pensiero della destinazione universale dei beni, dei diritti naturali, del bene comune, che quello della verità in genere. Infatti un grave pericolo del nostro mondo oggi è, oltre il fondamentalismo, anche il relativismo intellettuale, che in definitiva ritiene che tutto sia negoziabile e contrattabile, e anzi che senza questo non si possa avere pace sociale e quindi progresso. L’Ordine domenicano ha avuto in passato punte di fondamentalismo, di integrismo ma questo non significa che non abbiamo appreso nulla. La moderna critica della conoscenza ci ha insegnato ad essere accurati nelle argomentazioni, dall’accresciuta conoscenza storica abbiamo appreso a non darepdf giudizi di fatto di tipo ideologico, l’antropologia culturale ci ha mostrate le infinite possibilità che l’humanum ha di realizzarsi nel tempo e nello spazio. Ma le caratteristiche fondamentali della nostra eredità di pensiero sociale non per questo spariscono. Il costante riferimento alla verità, al fatto che essa, pur se difficilmente, sia raggiungibile, è una chiara opzione per realismo filosofico che sul piano sociale si trasforma in possibilità di orientamento.

E’ proprio questo il punto: i valori tradizionali del pensiero sociale domenicano, che in gran parte si ricoprono con la Dottrina Sociale della Chiesa, offrono alla multiculturalità un contributo di orientamento, pur nel rispetto delle persone e delle procedure moderne per giungere alla verità nei campi specifici della ricerca e dell’azione. Pensiamo quindi che la presentazione del passato prossimo sia una buona base per rilanciare il servizio che il nostro Ordine può fare alla Chiesa e alla sua presenza nel mondo del sociale.

 

 

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