Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfIl concetto di glocalizzazione (il meglio di ciò che è globale si somma al meglio di ciò che è locale), appare, nei tempi della globalizzazione, uno strumento intellettuale ed operativo utile alle comunità rurali, in particolare dei paesi in sviluppo (pvs). L’ipotesi glocal offre opportunità che tendono ad annullare o ridurre fortemente i rischi derivanti dalla globalizzazione, innalzando al tempo stesso livello e qualità delle opportunità godibili. I presupposti del localismo stimolano a miscelare, nella struttura del comportamento scelto ai fini di una certa soluzione, l’esperienza e le opportunità offerte dal contesto globale con quelle delle proprie origini locali. Si pensi a un piccolo produttore agricolo di un paese del mondo (elemento locale), che reperisca nel sistema globale di Internet, una via per commercializzare il suo prodotto da importatori europei, o statunitensi.

L’ e-trade, nell’esempio, costituisce l’opportunità globale positiva ed efficace, il prodotto il fattore locale. La capacità, la tecnica di marketing sarà fondata sul “locale”, mentre lo strumento tecnologico permarrà globale.

Quando andiamo a connettere sviluppo globale e sviluppo rurale, dobbiamo concordare su cosa si intenda come “rurale”. Aiuta la definizione coniata dall’Ocse, basata sulla percentuale di popolazione che vive in comuni rurali in una data regione: si parla di 150 abitanti per km². Si badi che nel contesto europeo, le zone rurali rappresentano il 92% del territorio Ue, con il 19% della popolazione che vive in zone prevalentemente rurali e il 37% in zone significativamente rurali. Il riferimento va quindi anche a regioni ad alto tasso d’avanzamento socio economico, con valori nettamente superiori alla percezione che comunemente ne hanno le opinioni pubbliche.

Nell’enunciato del concetto di sviluppo rurale, si guarda a tre aree principali: l’economia della produzione agroalimentare, l’ambiente e l’economia rurale, la popolazione nelle zone rurali. Qui il riferimento quasi esclusivo va allo sviluppo delle popolazioni che vivono in ambito rurale: si è interessati allo sviluppo umano che esse documentano o tendono a documentare. Altrimenti detto, pur tenendo presenti le modalità dello sviluppo in termini materiali dell’economia agricola, dei progressi o degli arresti che la filiera agroalimentare riesce a mettere a segno, si dà attenzione non tanto all’andamento della produzione e degli scambi, quanto a come le risorse umane coinvolte, le famiglie, i villaggi, si trovano a reagire, migliorando o peggiorando il loro livello di sviluppo umano. Si terranno ovviamente presenti le esigenze del miglioramento della competitività del settore agricolo e forestale, così come quelle dell’ambiente e dello spazio rurale, ma ciò che maggiormente interesserà sarà la qualità della vita nelle zone rurali e la diversificazione dell’economia rurale. C’è un dato che obbliga a procedere in questo modo: il 50% delle persone che soffrono di malnutrizione cronica sono contadini.

E’ qui che s’inseriscono le considerazioni sui partner sociali. Si tratterà di capire come gli imprenditori agricoli a vario titolo, i prestatori d’opera, gli intermediari del mercato, utilizzino i propri ruoli e le prerogative economiche e sociali di cui dispongono, per migliorare la qualità della risposta agli stimoli della globalizzazione dell’economia.

Agricoltura e società all’inizio del XXI secolo

Angus Maddison, nel fondamentale studio sulle fasi dello sviluppo capitalistico1 ha distinto, sotto il profilo storico sei epoche economiche: pre-agraria (nomadismo, caccia, pesca), agraria (stabilizzazione, stanzialità), imperialismo antico e ritorno alla società agraria, agraria avanzata, capitalismo mercantile, capitalismo. Il braccio di tempo esaminato riguarda circa trenta secoli, e incorpora la storia dello sviluppo umano. Attraverso le sei epoche, la società rurale è passata dal costituire l’esclusivo modo di esprimersi dell’essere umano (salvo la differenza tra vita stanziale e quindi autenticamente agricola, o nomade e quindi dedita piuttosto alla caccia) a rappresentare il modo arretrato, in termini sociali ed economici, con cui si rappresenta la vita associata e produttiva.

Solo in piccola misura le comunità dei paesi sviluppati sono oggi dedite all’agricoltura. Al tempo stesso i paesi arretrati non trovano nell’agricoltura modalità sufficienti a garantirne lo sviluppo verso livelli accettabili e soddisfacenti di sviluppo umano e produttivo. Ciò nonostante, nei paesi in sviluppo (pvs) in genere e in enclave dei paesi industrializzati, si ritrovano strutture economiche e sociali tuttora basicamente strutturate intorno al primario. Ci si chiede, di conseguenza, quale posizione possa rivestire il primario nella scala di priorità di società ed economie che non intendono più offrirgli i riconoscimenti ricevuti in altre epoche storiche, pur nella consapevolezza della rilevanza che il primario continua ad esercitare nel mondo e nell’economia contemporanei. Una delle risposte offerte, è che il cibo e l’acqua dolce pur non costituendo fenomeni rilevanti nei sistemi economico-sociali nazionali e nel sistema dell’economia globale, si costituiscano in realtà come fattore strategico nelle dinamiche delle relazioni internazionali. Il che spiegherebbe perché tutti i governi attuino politiche protezionistiche rispetto ai prodotti dell’agricoltura, e perché il negoziato di Doha sia fermo proprio sulle questioni agricole. Peccato che si tratti di politiche esclusivamente difensive, come tali incapacitate a promuovere gli interessi strutturali delle popolazioni rurali, che ruotano intorno al miglioramento della competitività agricola, e all’innalzamento dei livelli di sostenibilità dello sviluppo agricolo. Ciò accade perché l’economia globale tende a mettere il mondo rurale a disposizione degli interessi di soggetti imprenditoriali grandi e potenti. Questi sono meglio organizzati, politicamente più significativi, con incomparabili disponibilità finanziarie. La filiera agroalimentare mondiale è costruita sul travaso di risorse verso i mercati ricchi e potenti, da parte dei campi e delle piantagioni di zone meno fortunate. Ma se è così, il protezionismo potrebbe risultare uno degli strumenti che assicura la sopravvivenza del meccanismo di ingiustizia, non il modo privilegiato per salvaguardare per i ceti rurali il godimento di alcune tradizionali garanzie. Se si guarda ai bisogni rurali nei paesi avanzati e in quelli arretrati, una questione balza evidente. La remunerazione del lavoro di chi produce, e la remunerazione di chi compra per rivendere, è in ambedue le situazioni fortemente squilibrata a favore del compratore: e però, il valore aggiunto che viene fornito dai paesi avanzati ai beni agricoli importati dalle zone rurali dei paesi in sviluppo, fa sì che la proporzione di ricchezza che resta nella ruralità più arretrata sia immensamente bassa. E’ una situazione di ingiustizia, oltre che di dispersione di ricchezza. E’ un vulnus morale, ma anche economico inferto al sistema internazionale degli scambi. Quando si parla del blocco delle trattative di Doha, va tenuto conto (e non sempre lo si fa) di questo dato strutturale, da cui nascono molti degli ostacoli alle trattative internazionali sul commercio di derrate e prodotti dell’agricoltura.

Squilibri tra zone rurali e cittadine continuano, peraltro, a persistere anche in Europa. Le aree rurali dei 27 denunciano un reddito pro capite che è di circa 1/3 più basso della media, con scarsa partecipazione femminile al lavoro, servizi e infrastrutture arretrati, istruzione superiore meno diffusa. Il territorio rurale europeo si caratterizza per carenza di opportunità professionali, culturali e lavorative, che penalizza in particolare le giovani generazioni. Ovviamente queste considerazioni riguardano in modo particolare le zone rurali dei paesi di recente ingresso nell’Unione. Benché, con 15 milioni di posti di lavoro (8,3% dell’occupazione totale) e il 4,4% del Pil, l’Ue sia il primo produttore mondiale di prodotti alimentari e bevande, denuncia un settore polarizzato e frammentato in termini di dimensioni. In particolare si rileva come l’abbandono delle aree rurali, continui a produrre effetti negativi sul piano ambientale e anche della preservazione delle specie vegetali. In quest’ambito manca tuttora una politica specifica per i giovani, in grado di fermare l’emorragia di risorse umane che costituisce una delle questioni chiave, anche sotto il profilo delle conseguenze familiari e sociali, della vita rurale europea.

Gli attori dello sviluppo rurale

Nelle economie avanzate come in quelle arretrate, si tarda a prendere percezione della rilevanza che l’agricoltura rappresenta per il futuro delle nostre società. E che le questioni legate allo sviluppo rurale riguardano il futuro dell’umanità, visto che il cibo e le bevande rimangono a fondamento di qualunque ipotesi non tanto dello sviluppo, quanto dell’esistenza della specie umana. E quindi della qualità che lo sviluppo agricolo deve assumere per essere compatibile con i bisogni umani e ambientali. La constatazione tocca in modo speciale la questione dello sviluppo nei paesi arretrati, e dello sviluppo rurale dentro la questione generale dello sviluppo.

Si considerino alcuni dati. Agricoltura significa 11% delle terre emerse del pianeta Terra. Con riferimento al terreno arabile disponibile, il rapporto ettari/persona, nel periodo 1961-1963 è risultato pari a 0,32. Era 0,21 nel periodo 1997-1999, ed è previsto a 0,16 nel 2030. Questo significa che si va riducendo la superficie agricola disponibile: il che richiede o nuovi terreni agricoli, o ulteriore intensità nello sfruttamento/rendimento per ettaro. Guardando i dati forniti dalla Fao, ci si confronta con situazioni paradossali. Su base mondiale il 70% dell’acqua dolce2 disponibile è impiegata per usi agricoli. Sale all’89% in Africa, Medio Oriente e Asia meridionale, realizzando un ingiustificabile spreco di risorse, in regioni dove la mancanza d’acqua comporta anche un pesante bilancio in vite umane. Gli eccessi irrigui danneggiano il 26% dei terreni nei pvs con processi d’imputridimento o di salinizzazione. Il dato cresce a causa dell’aumento delle piogge monsoniche e dell’inaridimento di corsi d’acqua e grandi laghi, dovuto al pompaggio idrico per fini agricoli, in particolare per la coltivazione di piante come il cotone. Si tenga conto che sono già 250 milioni le persone toccate dai processi di desertificazione, e che un miliardo d’esseri umani è a rischio di coinvolgimenti nella desertificazione.

Sprechi paradossali che si ritrovano anche più evidenti nel settore carni e affini. Negli Stati Uniti sono 157 milioni le tonnellate di cereali, legumi e ortaggi utilizzate annualmente per allevare e macellare 28 milioni di tonnellate di proteine animali. Sempre negli Usa, i 2/3 del grano esportato va in alimentazione animale. In Giappone si è registrato nell’ultimo trentennio il 360% d’aumento nel consumo di carne. L’80% dei bambini sofferenti di fame vive in paesi che impiegano buona parte dei propri cereali per produrre carne da esportare nei paesi ricchi. Si noti che per produrre un chilo di carne servono 100mila litri d’acqua; per un chilo di soia bastano 2mila litri. 800 milioni di persone potrebbero essere alimentate con il grano che ogni anno viene destinato, nei soli Stati Uniti, per alimentare animali da macello.

C’è poi il dato più allarmante, Secondo la Fao, gli allevamenti di bestiame generano più gas-serra del sistema globale dei trasporti. Le grandi mandrie e gli allevamenti intensivi costituiscono il 18% delle emissioni globali di anidride carbonica e il 65% delle emissioni di protossido d’azoto (prodotto dal letame) che sono 300 volte più pericolose di quelle dell’anidride carbonica. Il settore agricolo costituisce inoltre una delle principali fonti di impoverimento del suolo e in genera comporta un peggioramento della qualità dell’acqua attraverso residui, pesticidi, concimi.

Ce n’è abbastanza per capire che la nostra epoca testimonia, rispetto al sistema agrario, squilibri vecchi e nuovi. Da un lato le scelte di politica macroeconomica, dall’altro l’uso o il malo uso che si fa delle forme avanzate di progresso tecnico (si pensi agli effetti di certa meccanizzazione, di certi antiparassitari, di certa irrigazione artificiale arricchita, di certi invasi d’acqua a fini irrigui con dighe invasive ed espulsione di nuclei contadini dal territorio abitativo interessato). E poi la prepotenza di certi regimi di accesso ed uso della terra, derivati da forme errate di organizzazione sociale e/o politica.
Sono elementi che congiurano a rendere complesso l’affrancamento del mondo rurale dai suoi bisogni storici. L’epoca dell’economia cosiddetta globale, per certi versi, non solo non ha migliorato, ma anzi peggiorato la situazione di zone agricole tradizionali.

I regimi esistenti di proprietà fondiaria possono così essere riassunti:

• Terre comunitarie e terre collettive:

  • società rurali a struttura tribale o patriarcale (es.: Africa sub-sahariana);
  • terre collettivizzate nelle economie di piano e di caserma;
  • altre forme di proprietà non individuale (proprietà statali, di enti pubblici o religiosi, cooperative, usi civici, etc.) previste dai sistemi d’economia di mercato;

• Terre di proprietà privata individuale:

  • Piccola proprietà (parcellizzazione fondiaria), anche con conduzione familiare e diretta;
  • Latifondo e grande impresa (concentrazioni) organizzata come impresa capitalistica con salariati, o affittata o appoderata (mezzadri) in Europa; haciendas in America Latina; latifondo estensivo con braccianti sottopagati che danno rendita al proprietario.

La segmentazione sociale che corrisponde a detti regimi giuridici esprime due estremi:

  • Organizzazione della produzione di tipo feudale (sud e sud est asiatico)
  • Latifondismo (America Latina), che motiva, tra l’altro, azioni di forte contestazione sociale come in Brasile l’azione dei Sem terra.

Certo che elementi come la qualità del suolo, l’affluenza e la regolazione dei flussi delle acque per irrigazione, il clima e in particolare l’esposizione al sole e il tasso d’umidificazione dell’ambiente finiscono per influenzare l’efficienza delle produzioni e il rendimento dei terreni. Ma su tutto, inevitabilmente, prevale la forza del fattore umano. Casi di scuola fanno giustizia di qualunque dubbio in proposito. Si guardi a quanto sia sviluppata l’agricoltura in Israele e quanto risulti arretrata in genere nei paesi arabi confinanti. Si guardi a cosa ha fatto la cattiva politica e il pessimo management nelle terre del Sahel, il cui nome ha identificato una delle fasce terrestri più floride d’Africa prima di divenire segno di desertificazione e carestia. E che dire dei disastri ambientali causati dall’homo “sovieticus” nelle terre intorno al mar d’Aral e nelle zolle nere d’Ucraina?

Anche lo scambio ineguale tra “metropoli” e “campagna” dipende dal fattore umano. E così il peggioramento delle ragioni di scambio. In questo l’economia globale ci ha messo del suo, accrescendo le occasioni in cui i pvs cedono a prezzo basso i propri beni in quanto materia prima, semilavorati, o derrate agricole, per dover poi acquistare beni prodotti in paesi sviluppati, a condizioni costose, visto il valore aggiunto che quei paesi sono in grado di attribuire ai loro prodotti. Senza trasferimenti di know how, di produttività, di tecniche manageriali, la forbice tra industrializzati e non tenderà a crescere ulteriormente. Non ci sono scorciatoie per muovere l’agricoltura dei paesi arretrati fuori dal circolo del sottosviluppo. Si tratta di creare le condizioni per un’agricoltura che non sia più di sussistenza, che non risponda ad esigenze neocolonialistiche. Si potrà obiettare che laddove, in detti paesi, l’agricoltura ha cercato la sua strada verso una maggiore redditività e valore aggiunto, si è trovata troppo spesso a finire preda di multinazionali, lasciando all’estero il godimento della più parte dei prodotti migliorati.

E’ la storia delle agricolture di piantagione: ottimi esempi si ritrovano nel sud America, nel sud est asiatico, intorno al golfo di Guinea, nel meridione orientale brasiliano. Le compagnie multinazionali se impiantate in loco per la produzione diretta di beni come cotone, frutta, zucchero da canna, caffè tè e cacao, commercializzano e mantengono a sé ogni valore aggiunto. Se si servono di produttori locali, raccogliendo le derrate a fini di commercializzazione, allocano per i produttori locali una parte non certo cospicua del valore aggiunto. Risulta evidente che i produttori singoli di piccole medie dimensioni trovano un potere contrattuale multinazionale prossimo al ricatto. Non così quanto l’interlocutore diventa associato e gode di una sponda di solidarietà internazionali: qui il potere contrattuale tende ad essere, nelle due parti, potenzialmente pari. Si prospetta peraltro, in quest’ambito, il rischio che vicende strettamente aziendali o settoriali, possano assumere spazio politico, per il legame strategico tra prodotti agricoli e politica nazionale. Si guardi al caucciù nel sud est asiatico specie per Indonesia e Malesia, al cacao nei paesi africani del golfo di Guinea e in Brasile; alla palma da olio in Malesia; al caffè in Brasile, Costa d’Avorio e Colombia. Di nuovo l’elemento umano, appropriatamente organizzato, può modificare situazioni che sembrano strutturali. Perché anche per queste nazioni e per questi sistemi rurali, esiste l’alternativa di un’agricoltura capitalistica, quel tanto speculativa da investire grandi somme su grandi spazi, per mano d’opera contenuta. Nei climi temperati, in questa direzione sono andati le grandi pianure statunitensi, l’Australia occidentale, gli altipiani del Venezuela, la steppa sudafricana, la pampa argentina.

Quando la teoria non è “pratica”

Si è spesso letto che l’economia rurale e lo sviluppo agricolo costituiscono la prima fase dell’accumulazione capitalistica, necessaria a finanziare il take off delle società in vista del landing nell’economia industriale e nella felicità dei falansteri urbano-industriali. La marginalità agraria, in questa teoria, è pressoché totale. L’agricoltura è gradita perché riesce a togliersi dalla circolazione il prima possibile, e che ciò avvenga costituisce garanzia di successo. Questa teoria è stata orribile per le comunità rurali: essa non ha contemplato nessuna ipotesi di sviluppo rurale autocentrato e autofinalizzato.

Se questa teoria rispondesse al vero, il ragionamento che qui si sta proponendo, ovvero quello di comunità e società agricole centrate sul miglioramento della propria performance, sulla consapevolezza delle proprie potenzialità e possibilità di perdurare dentro i fenomeni di sviluppo, non avrebbe evidentemente modo di tramutarsi in realtà. La teoria, che rende la comunità agricola ancella dello sviluppo industriale, ha come conseguenza di indirizzare investimenti e sostegno alle infrastrutture di servizio alla produzione e al commercio, senza progetti per lo sviluppo di comunità rurali destinate comunque ad assottigliarsi se non a scomparire.

La tesi del take off fu anche chiamata “della modernizzazione”. Vi fece seguito quella della “rivoluzione verde”. Aumento della produttività e dei volumi costituì il verbo degli ani Settanta: mercato, capitale e investimento il fattore trinitario da soddisfare. Fu l’invasione delle campagne da parte di pesticidi e fertilizzanti, nuovi materiali, sementi a più alto rendimento, pompe di irrigazione e meccanizzazione ovunque e sempre. Sappiamo tutti come andò quella vicenda: per un po’ funzionò, poi il terreno si disse esausto, e i rendimenti si fermarono su livelli che solo più massicce dosi di chimica avrebbero potuto nuovamente muovere in alto. Inoltre, nuove consapevolezze scientifiche e ideologiche iniziarono a scoraggiare una rivoluzione che tutto sembrò fuorché “verde”, e che proprio i vari green e Grünen del mondo avanzato avrebbero presto voluto sconfiggere. Il costo dell’operazione risultò eccessivo a molti contadini e abitanti delle aree rurali: le sementi, ad esempio, che un tempo erano gratuite e si riproducevano naturalmente, venivano ora rese bene di scambio e diventavano piuttosto costose.

Il guadagno dell’operazione risultò benefico per le multinazionali. Le multinazionali che operano nel primario hanno creato, con la rivoluzione verde, una catena del valore che dà piena soddisfazione ai presupposti degli investimenti tecnologici e commerciali effettuati. Soffre semmai l’agricoltura piccola e media, e con essa il suolo che risente dello sfruttamento intensivo. Soffre anche la diversità ambientale e delle specie, mentre gli standard industriali prendono il posto di troppe colture tradizionali. Molte specie tradizionali soffrono malattie impreviste, la biodiversità è messa a rischio.

E’ proprio l’esperienza della “rivoluzione verde” a dettare alcune considerazioni:

  • può darsi aumento della produzione materiale, in assenza di miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni rurali e quindi dello “sviluppo rurale”;
  • interventi esogeni non sempre hanno la capacità di mobilitare in modo appropriato le risorse locali e endogene, ponendosi obiettivamente come ostacolo allo sviluppo rurale;
  • l’accesso delle comunità rurali e delle persone che ne fanno parte, insieme all’ampliamento delle disponibilità in termini di libertà individuali e di risorse riguardanti il capitale sociale e civico, s’impongono come elemento indispensabile per la valutazione positiva delle esperienze di sviluppo rurale.

Si tratta di seri limiti di un modello di sviluppo rurale, che ha dettato legge per decenni. Si tratta di limiti che la globalizzazione può accentuare, specie quando non è in grado di promuovere quelle formule di glocalismo alle quali si è fatto cenno in apertura.

Lo sviluppo rurale ai tempi dell’economia globale

Per una buona vicenda di sviluppo rurale, soddisfacente sotto il profilo dei bisogni delle popolazioni che vivono nella realtà rurale, occorre garantire il soddisfacimento di alcuni requisiti:

  • le misure invasive ed esogene vanno limitate al minimo;
  • le risorse locali vanno valorizzate il più possibile, e preferite quelle rinnovabili a quelle one shot;
  • l’intersettorialità va premiata in modo adeguato perché promuove la comunità, e i momenti di rappresentanza e di partenariato sociale al suo interno;
  • la famiglia, insieme al capitale umano, deve essere valorizzata in modo appropriato, anche attraverso la promozione dell’istruzione e della formazione, utilizzo di tecnologie amiche, misure sociali di supporto;
  • gli attori sociali dello sviluppo locale devono essere valorizzati anche attraverso il coinvolgimento diretto nelle azioni che i partner sociali sono in grado di avviare e condurre, così da garantirne il protagonismo nelle vicende del dialogo e della solidarietà sociale;
  • vanno attivati percorsi adatti per lo sviluppo rurale, che possano esplicarsi in armonia con lo sviluppo in generale delle società nelle quali detto sviluppo va a collocarsi, al fine di disporre di meccanismi sinergici tra le diverse attività rurali, tra quelle agricole e non. Si pensi alla rilevanza dell’artigianato, dell’industria di packaging, conserviera, etc.;
  • vanno disposte azioni politiche che inseriscano lo sviluppo rurale nel solco di riforme sociali quali la fruibilità di sanità, sicurezza sociale, istruzione, pensioni;
  • va garantita una qualità della vita rurale, tale da scoraggiare i fenomeni macro di esodo di giovani dalle campagne.

Così orientati strategicamente, strumenti come l’assistenza tecnica, il credito agricolo, strutture comuni di magazzinaggio, sementi e fertilizzanti, riacquistano la capacità di saper sviluppare la produttività sia delle terra che dell’uomo, allontanando lo spettro della povertà non solo materiale ma anche morale.

Sono, l’insieme di questi fattori, garanzia che lo slogan dello sviluppo rurale sostenibile, diventi una realtà effettiva, tale da valorizzare le specificità culturali che appartengono storicamente alla vicenda dello sviluppo rurale.

In qualche modo il concetto di sviluppo rurale sostenibile costituisce l’attuale punto d’arrivo della riflessione, tale da risolvere molti dei problemi presentati da altre soluzioni esaminate.
Per essere tale, il modello di sviluppo proposto ad una società rurale, deve contenere i seguenti punti:

  • flessibilità e adattabilità al contesto locale nel quale viene a porsi;
  • capacità di essere economicamente remunerativo e autosostenibile;
  • rispetto dell’ambiente e delle sue prerogative;
  • equità nella distribuzione dei benefici e dei profitti tra partner, soci, stakeholder, e tra generazioni attuali e future.

Secondo una posizione del 1989 del Consiglio Fao, l’agricoltura sostenibile per lo sviluppo rurale (Sard) è “gestione e conservazione delle risorse naturali, orientamento del cambiamento tecnologico e istituzionale nella direzione del raggiungimento, nel tempo, della piena soddisfazione dei bisogni umani, per le generazioni attuali e quelle future”.

Si può aggiungere che Sard significa anche conservazione di suolo, acque, risorse genetiche delle piante e degli animali, ed è attento alle implicazioni sociali del suo modello, tanto che mette in cima ai suoi risultati auspicabili, nei livelli rispettivamente locale, regionale, globale:

  • la sicurezza alimentare,
  • l’occupazione rurale e produzione di reddito (contro povertà),
  • la conservazione delle risorse naturali e protezione dell’ambiente.

Si può obiettare, anche con buoni argomenti, che questo modello, rinunciando alla quantità di prodotti garantiti, almeno nel breve, dai sistemi intensivi dell’agricoltura verde, rischia di far diminuire le scorte alimentari e danneggiare nel medio periodo la sopravvivenza di popolazioni tuttora tormentate dal problema della fame e della sete. Si osservi a questo proposito, quanto segue.

Nonostante il cibo attualmente disponibile, risulti sufficiente ai bisogni mondiali, esso non è distribuito in modo conforme ai bisogni, quindi continua la fame e la sete in diverse zone dal pianeta. Il fatto che in certe zone si produca e si commerci cibo, non ha significato l’arricchimento e l’avanzamento di quelle zone rurali.

Con tali fatti a bilancio, occorre prestare la dovuta attenzione ad alcune indicazioni apparentemente incontestabili, sui danni che tecniche non auto-limitanti possono arrecare alla filiera agroalimentare, ad esempio riguardo alle produzioni animali, o all’uso di infestanti, al degrado del terreno, con territori in sofferenza per inquinamento, salinizzazione, perdita o riduzione di fertilità. Si pensi, per richiamare un dato a tutti noto, che le proiezioni indicano un aumento del 50% della domanda mondiale di cibo entro il 2050. Bene. Le perdite generate dagli infestanti si stimano tra il 25 e il 50%, guardando in particolare agli infestanti che danneggiano la salute degli animali e del bestiame, e indirettamente quella umana. Si deve anche richiamare come le sementi geneticamente modificate stiano avendo un impatto non propriamente positivo sui piccoli agricoltori del sud del mondo, soprattutto in Africa, benché la diffusione di Ogm passi spesso attraverso più o meno mascherate politiche di aiuto allo sviluppo, che sembrano considerare la società rurale come una vasta zona di passività da manipolare. Un’altra questione a cui rivolgere l’attenzione, in quest’ambito, è quella energetica Al fine di preservare la qualità del prodotto agricolo, occorre accrescere le dosi di energia pulita e rinnovabile utilizzate nella filiera agroalimentare.

Non si sottovaluti, peraltro, la valenza che, in termini politici, quindi in termini di influenza sulla stabilità del sistema internazionale, viene ad avere la conduzione e lo sviluppo corretto del mondo agricolo e della sua cultura rurale. La sicurezza alimentare è da tempo riconosciuta come uno dei fattori di base della sicurezza del sistema dei rapporti tra i popoli e tra gli stati. Vi è tuttora sottoalimentazione in Africa, mentre si affaccia nei paesi economicamente avanzati, lo spettro, altrettanto letale della sovralimentazione, in assenza di corretta integrazione tra valori nutritivi e gusto. Statisticamente 800 milioni di persone vivono con meno di 2200 calorie quotidiane (soglia di benessere fisiologico). Se la questione riguarda circa un miliardo di persone che non godono di condizioni per il cibo sufficiente, 10 milioni tra di loro muoiono letteralmente per fame ogni anno. Dietro la fame non ci sono solo ragioni climatiche, e legate ai cicli produttivi. Le più significative sono ragioni politiche, culturali, economiche in senso lato. Ora l’accesso di tutti ad una quantità di cibo sufficiente ad una vita sana e riproduttiva, è la condizione minima che la cultura rurale deve pretendere. E perché questo sia ottenuto, serve evidentemente un potere d’acquisto che lo consenta. Nonostante taluni miglioramenti, nonostante la Fao pubblicizzi un progressivo miglioramento della situazione, si prevede che ancora alla fine del terzo decennio di questo secolo gli individui denutriti assommeranno a quasi mezzo miliardo.

Sembra di poter ragionevolmente attribuire la responsabilità per il perdurare della insicurezza alimentare, all’uomo, in particolare a come gli stati e le imprese conducono la politica e l’economia.

Si prenda, ad esempio, la questione dell’accesso al credito per le piccole imprese agricole, e il rapporto che questa situazione riveste nel passaggio delle derrate agricole dalla produzione locale alla distribuzione multinazionale.

Nell’ultimo decennio dello scorso secolo la grande distribuzione organizzata ha generato un enorme controllo sui mercati mondiali dei prodotti alimentari. Nel 2004, a livello mondiale, le prime 30 catene di vendita di prodotti di largo consumo per fatturato, avevano raggiunto il 33,5% del mercato totale, contro il 29 di appena 5 anni prima. Così si sono alterate le condizioni prima esistenti per l’accesso dei produttori alla distribuzione. Pochi gruppi finanziari tendono a integrare orizzontalmente e verticalmente il mercato mondiale delle derrate e dei prodotti. Bisogna inserirsi in questo gioco in modo attivo, per non restare fuori dal controllo delle filiere agroalimentare dei nostri tempi. Il commercio equo e solidale si propone come una risposta, ma è parziale e di peso relativamente ristretto. Il commercio agroalimentare, gestito dai lavoratori emigrati che diventano imprenditori è un’altra soluzione adottata. Di più possono certamente due strumenti finanziari come il microcredito e l’utilizzo delle rimesse dall’estero. Le rimesse di valuta dall’estero, in termini di movimenti finanziari verso i paesi in via di sviluppo (Pvs) da economie avanzate e da Pvs (questi ultimi generano tra il 30 e il 45% delle rimesse, si pensi ai casi di Malaysia e Sud Africa rispettivamente verso Asia e Africa povere), hanno raggiunto una cifra pari al totale degli investimenti diretti esteri (Ide) nei Pvs. Nel 2005, secondo la Banca mondiale, gli immigrati dai paesi poveri hanno spedito a casa, attraverso i canali di trasferimento istituzionali come banche servizi postali e money transfer, più di 167 miliardi di dollari, superando di due volte l’importo atteso dalle politiche d’aiuto. Lo stesso rapporto informa che una stima di quanto si muove nei canali informali di trasferimento, consiglia di far lievitare la somma delle rimesse di un ulteriore 50 per cento. Stando alle cifre ufficiali, si tratta di ammontare significativi per le economie locali, che possono fornire un buon volano sia per lo sviluppo interno che per le collaborazioni imprenditoriali e commerciali con l’estero. L’India, primo paese in quanto a rimesse estere calcolate in dollari, riceve quest’anno quasi 22 miliardi, pari al 3,1% del Pil. Le Filippine mettono in cassa quasi 15 miliardi, per un valore percentuale sul Pil del 13,5%. La Giordania, con un importo che non arriva ai 3 miliardi, ha dalle rimesse più di 1/5 del suo Pil; meglio fa solo Haiti che riceve dai suoi emigrati quasi ¼ del Pil. Le rimesse in Giamaica, poco più di un miliardo, significano il 17,4% del Pil, e più vicino a noi in Serbia 5 miliardi di rimesse rappresentano il 17,2% del Pil.

Un cenno al cosiddetto Digital Divide: l’agricoltura avanzata utilizza gli strumenti della Information Society sia nella fase di produzione che in quella di commercializzazione. Come può la ruralità dei pvs competere soffrendo quest’ulteriore handicap nella corsa allo sviluppo? Qui davvero l’azione dei partner sociali e delle associazioni benefiche può risultare molto efficace: l’obiettivo è quello di fornire le comunità agricole di quegli strumenti informatici e comunicativi che possono in positivo influenzarne la curva della crescita.

E ancora, altra fonte di sviluppo ritardato se non di sottosviluppo: la situazione femminile. E’ la metà della popolazione che spesso è messa da parte da chi ha già poche risorse. Operare per promuovere il ruolo della donna, e della donna imprenditrice agricola è anch’esso elemento di sviluppo rurale in un contesto globalizzato.

Alcune indicazioni di azione

Le organizzazioni che operano nella ruralità, specie se di ispirazione cattolica, vivono della cultura del fare. Questa cultura suggerisce che, se si vuole salvaguardare la persona, la ricchezza che esprime come singolo o associandosi ad altre persone creando la famiglia e l’insieme delle famiglie, occorre rifiutare la tesi del villaggio globale unico e necessario, contribuendo ad edificare l’insieme armonico di villaggi diversi, ciascuno con proprie dinamiche e culture, in grado di operare e dialogare all’interno dei singoli fenomeni globali.

Uno di questi villaggi è la Cina. La sua società rurale pari ad almeno 800 milioni di esseri umani, è sofferente, sfruttata da quella parte della Cina che si sta sviluppando ai tassi mostruosi e agli altissimi costi umani e ambientali che conosciamo. Il destino della Cina, quindi dell’Asia, quindi della nostra economia vista la rilevanza che ormai rappresenta per tutti, si deciderà sulla partita dello sviluppo rurale, tant’è che gli stessi dirigenti del partito e dello stato stanno ora iniziando a corteggiare la grande campagna cinese, cercando di rimediare ai costi elevatissimi che sono loro stati imposti. Con tutta la prudenza e la sapienza del caso, si possono assumere iniziative verso la sterminata campagna cinese, tanto più che si tratta di un paese in cima alle preoccupazioni della Santa Sede.

Un’altro di questi villaggi è il mondo arabo, in particolare quello che si affaccia sul Mediterraneo. Aprire un dialogo serrato con il mondo rurale di quei paesi, potrebbe avere un impatto non indifferente anche nella corrente discussione tra modelli culturali e religiosi dominanti, con effetto sicuramente benefico rispetto all’opportunità di contrastare certe tendenze estreme che si manifestano in quelle società, potendo condurre a interessanti sviluppi di collaborazioni culturali e operative.

Un altro villaggio è quello della sofferenza, delle malattie. Quanti dei mali endemici, dei nuovi mali dei nostri tempi, hanno a che vedere con il mondo rurale! L’ultimo dell’elenco è l’aviaria, ma
ricordiamo mucca pazza, le epidemie da effetto serra, le pandemie da riscaldamento climatico, gli sconvolgimenti nelle colture agricole e nei territori rurali dovuti ai cambiamenti climatici. Possono essere influenzate, in alleanza con l’azionepdf dell’Organizzazione mondiale della salute Oms, le scelte dei governi, partendo dalla constatazione tutta religiosa e morale che quando si viola l’equilibrio della natura e il suo ordine preordinato, le conseguenze possono divenire catastrofiche.

E’ evidente che, per sanare i ritardi culturali e socio-economici dell’insieme di questi “villaggi”, occorrono misure che premino il capitale umano, che proteggano e incrementino la disponibilità delle risorse naturali. Servono anche politiche che tengano conto del bisogno di infrastrutture di servizio, all’interno di un equilibrio tra esigenze globali, regionali, locali degli ecosistemi.

 

NOTE:
1 A. Maddison, Phases of Capitalist Development, Oxford Un. Press, 1982.
2 Acqua dolce è bene scarso, rappresentando solo il 2,5% del totale di acqua presente in natura. Lo scioglimento dei ghiacciai e delle masse ghiacciate polari peggiora ulteriormente la questione delle disponibilità idriche.

 

 

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