Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdf1. E' un fatto ben noto che in questa epoca il mercato e la cultura del contratto che ne è alla base siano diventati sempre più importanti nella nostra vita. Alcuni ritengono che ormai sarà il mercato globale a rigenerare l'obbligazione sociale e a rifare le relazioni umane, e chiedono che tutto nella vita sociale, politica, culturale sia finalizzato all'efficienza dei meccanismi e all'efficacia delle procedure. La "buona novella" della competizione e della globalizzazione pare diventata, in questi ultimi anni, la vera ideologia delle società post-fordiste, una sorta di "pensiero unico". Il cristiano pensa, invece, che occorra trovare una nuova misura umana a tutto questo movimento di integrazione delle economie attraverso il mercato e che un modello di sviluppo è buono non solo per l'efficienza dei suoi risultati, ma anche per la capacità che esso dimostra di considerare tutto l'uomo - in tutte le sue dimensioni - e tutti gli uomini - tenendo conto del diritto di ciascuno a realizzare il proprio potenziale di capacità e di aspirazioni. Nel sottolineare ciò, la Caritas in Veritate non rifiuta affatto - come taluno vorrebbe che essa facesse - il mercato, il ruolo sociale dell'impresa privata, il profitto, l'attività finanziaria e cosi via. Piuttosto pretende che tutti possano partecipare a stabilire regole e a costruire istituzioni, a selezionare gli scopi e a decidere delle priorità in base alle quali viene governata l'economia. E se nelle prese di posizione del Magistero ci sono riferimenti critici nei confronti del modello di sviluppo dominante, non è perchè non si riconoscano le sue enormi potenzialità e i benefici che ha portato all'umanità, ma e perche tali potenzialita vengono troppo spesso attualizzate piu per generare disuguaglianza che per implementare la solidarietà; più per incrementare il superfluo che per redistribuire il necessario; più per imporre la superiorità di un particolare modello di sviluppo che per riconoscere la ricchezza della diversità delle vie allo sviluppo.

Una perplessità che una lettura frettolosa della CV potrebbe far sorgere è la seguente. Non è forse vero che il criterio sulla base del quale procedere alla scelta dell’assetto istituzionale ha da essere quello dell’efficienza? E quindi non è forse vero che se in un vero momento storico vediamo all’opera certe regole piuttosto che altre questo significa che quelle vigenti si sono dimostrate più efficienti delle altre? L’argomento è sottile e non può essere qui adeguatamente sviluppato. Mi basta indicare le due ragioni principali – non uniche, però – per le quali la risposta è un doppio no. La prima è che la nozione di efficienza quale essa viene impiegata in economia non è una nozione primitiva, perchè deriva dal principio utilitaristico di Bentham, che non è certo un principio economico ne, tanto meno, l’unico principio possibile con cui misurare l’efficienza. Non si può dunque affermare che quello di efficienza è un criterio di valutazione neutrale e perciò oggettivo – un criterio cui attenersi per far funzionare al meglio il mercato. Si rammenti che l’economia di mercato esisteva da ben prima che la filosofia utilitarista – nella versione dell’utilitarismo sia dell’atto sia delle regole - entrasse nel discorso economico.

Un modo semplice e intuitivo di comprendere perchè quello di efficienza non è un concetto assiologicamente neutrale e quello di riferirsi all’apologo usato da Wight e Morton (2007). In un ospedale sperduto nella campagna un medico ha a disposizione dieci dosi di un siero salvavita. Una notte arrivano due autobus in ciascuno dei quali vi sono dieci persone, tutte bisognose del siero. Nell'autobus A le persone sono tali che, ricevendo il siero, avranno senz’altro la vita salvata. Coloro che occupano l'autobus B hanno invece la probabilità del 50% di restare in vita pur dopo aver ricevuto il siero. Il medico, deve decidere a chi somministrare il siero salvavita. In termini economici, deve impiegare una risorsa scarsa (le dieci dosi di siero) in modo efficiente. A chi le somministrerà? Chiaramente, agli occupanti dell'autobus A, perchè in questo modo salverà dieci vite umane anzichè cinque, come sarebbe se decidesse di allocare il siero alle persone dell’autobus B. Cambiamo la situazione e assumiamo che al medico giunga la seguente informazione: i passeggeri dell'autobus A la cui età media è di ottant'anni hanno una speranza residua di vita di cinque anni, mentre quelli dell'autobus B sono bambini di cinque anni è hanno una speranza residua di vita di ottant'anni. Sulla base di questa nuova informazione, il medico, se vuole massimizzare l’efficienza, a chi dara le dosi del siero salvavita? Ovviamente ai pazienti dell’autobus B, perchè in tal modo massimizza il numero degli anni di vita: 5 x 80 = 400. Se le desse agli occupanti di A gli anni di vita aggiunti sarebbero 50: 5 x 10 = 50. Quindi, se il criterio di scelta è “massimizzare il numero delle vite umane”, saranno favoriti i soggetti di A; se il criterio è invece “massimizzare gli anni di vita”, la scelta cadra sulle persone in B. Per completare l’apologo, supponiamo ora che le dieci dosi non siano di proprietà dell'ospedale, ma di una qualche farmacia privata che le vende a chi offre il prezzo più alto; in questo caso la scelta sarebbe certamente a favore degli ottantenni, perchè essi possono pagare, mentre non altrettanto possono fare i bambini di cinque anni. Quindi, se l’obiettivo è quello di massimizzare il ricavo, il medico si comportera in modo efficiente se assegnera le dieci dosi ai passeggeri dell'autobus A. Cosa ci dice, in buona sostanza, questa parabola? Che il criterio di efficienza, nonostante quel che si tende a pensare, non è un criterio di scelta oggettivo. Si può parlare di efficienza, è sulla base di ciò procedere all'allocazione delle risorse, solo dopo che si è fissato il fine che si intende raggiungere. L’efficienza è dunque strumento per un certo fine e non fine in sè. E’ chiaro quindi che il concetto di efficienza, quando viene utilizzato per istituire un confronto di performance economica tra imprese, di tipo diverso ad esempio un’impresa capitalistica, un’impresa cooperativa, un’impresa sociale - conduce ad un vizio logico, perchè esso fa implicito riferimento ad un obiettivo che è quello proprio dell’impresa capitalistica, (la massimizzazione del profitto). Ma l'impresa cooperativa, per sua natura, non persegue quell'obiettivo. Ecco perche, nel confronto, essa risulterà meno efficiente.

Il criterio di efficienza, nonostante quel che si tende a pensare, non e un criterio di scelta oggettivo

2. La seconda ragione cui sopra alludevo è che nel calcolo dell’efficienza le esternalità sociali (positive o negative, a seconda dei casi) dell’attività economica mai vengono prese in considerazione. Si considerino le situazioni, tutt’altro che infrequenti, in cui l’obiettivo dell’efficienza si pone in contrasto che quello dell’equità oppure della libertà intesa in senso positivo. Se per ottenere un risultato di maggiore efficienza si deve sacrificare la libertà positiva, cosa garantisce la sostenibilità nel tempo dell’istituzione mercato. E’ bensi vero che nell’orizzonte del breve periodo il tecnico dell’economia può prescindere da una tale preoccupazione. Ma questo veramente significherebbe essere malati di corto-termismo, dal momento che il mercato non può fare a meno della libertà. D’altro canto, lo sviluppo economico è l’esito di fattori che non appartengono alla sola sfera economica. Già E. Durkheim aveva avvertito che i valori della società non sono semplici mezzi a disposizione del calcolo economico, dato che la società è sempre in grado di “costringere” o piegare i suoi membri ad agire in modo da neutralizzare le ingiunzioni che scaturiscono da quel calcolo.

Ebbene, il messaggio che Benedetto XVI invia all’economista è di riconsiderare criticamente il celebre argomento secondo cui il mercato, in quanto luogo in cui gli agenti sono liberi di scegliere sarebbe in grado di autolegittimarsi e quindi di non essere soggetto a vincoli morali. L’argomento è, in breve, il seguente. Il mercato è il luogo in cui la coordinazione delle decisioni economiche avviene mediante la cooperazione volontaria. E ciò per la fondamentale ragione che “entrambe le parti di una transazione economica ne beneficiano, a patto che la transazione sia bilateralmente volontaria e informata”. (M. Friedman, Capitalism and freedom, Chicago, Chicago University Press, 1962, p.13). Se ne trae che quando due (o più) parti, in assenza di inganno e di coercizione, e pertanto in grado di scegliere liberamente, danno vita ad una transazione economica, esse acconsentono pure alle conseguenze che da essa derivano. E’ in ciò la giustificazione etica, in economia, del consequenzialismo. L’idea del consenso fondata sulla libertà di scelta è bene espressa da R. Posner quando scrive: “Sono dell’avviso che una persona che compra un biglietto della lotteria e poi perde, ha acconsentito alla perdita nella misura in cui non vi è traccia di frode o di costrizione” (The economics of justice, Cambridge (Mass.) Harvard University Press, 1981, p.94).

Dunque, al di fuori di questi ultimi casi, scegliere liberamente è dare il proprio consenso e acconsentire significa legittimare. Come osserva F. Peter (“Choice, consent and the legitimacy of market transactions” Economics and Philosophy, 20, 2004), il mercato non ha allora alcun bisogno di chiedere certificati di legittimazione etica, dal momento che esso è capace di legittimarsi da solo. Non cosi lo Stato invece, il quale per poter far uso della coercizione – che è lo strumento principale con il quale esso persegue i suoi obiettivi – ha bisogno dell’approvazione dei cittadini elettori, dai quali soli può ottenere legittimazione. Cosa non regge in tale ragionamento? Basicamente, che non è quasi mai vero che la liberta di scelta postula il consenso. Cosi sarebbe se alla confezione del menu di scelta partecipasse il soggetto stesso della scelta – il che non e mai nella pratica. Il genitore che offre volontariamente – cioè senza costrizione alcuna – in vendita un suo organo per allentare il vincolo della miseria della sua famiglia, di certo non acconsente alle conseguenze che derivano dal suo gesto. La scelta libera di un’opzione ha forza legittimamente se anche l’insieme delle alternative in gioco è in qualche misura parte del problema di scelta del soggetto. Se tale insieme è dato, questa condizione non è affatto soddisfatta. (Peter, 2004).

E’ noto che la centralità della categoria del consenso è tipica della tradizione di pensiero contrattualista a partire da Hobbes. L’idea è che se ho sottoscritto un contratto con te per realizzare qualcosa che ora non voglio più realizzare, tu puoi sempre rispondermi: “ma tu fosti allora d’accordo, ora sei obbligato a rispettare i termini contrattuali”. Come a dire che il consenso fonda l’obbligazione. Tra coloro che si riconoscono nella linea di pensiero contrattualista, nessuno meglio di J. Rawls è stato capace di mostrare che affinchè dal consenso possa nascere un’obbligazione è necessario che i vincoli sotto i quali le parti del contratto prendono le loro decisioni possono essere da tutti condivisi. Solamente se si riesce a mostrare che i partecipanti al contratto sociale hanno acconsentito (o avrebbero motivo di acconsentire) alle regole del gioco che li vede coinvolti, allora si può legittimamente sostenere che l’accordo raggiunto per via di consenso sia obbligante. Ora, non ci vuole tanto per comprendere che nelle nostre economie di mercato questa condizione mai risulta soddisfatta nella pratica. Invero, la libertà di scelta descrive l’assenza di costrizione da parte di altri. Essa ha a che vedere con la possibilità di scelta, con l’esistenza cioè di un dominio o spazio entro cui il soggetto può esercitare la sua signoria. Ma ciò nulla dice ancora della capacità di scelta, vale a dire dell’esercizio effettivo della scelta. Non basta avere un’ampiezza di scelte se poi non si sa scegliere oppure non si ha la potenzialità di convertire i mezzi in capacità di promuovere i propri scopi. E’ questa la grande lezione di Benedetto XVI quando ci ricorda che l’uso della libertà e in qualche modo essenziale alla definizione di essa. Di una persona che e libera di realizzare il proprio piano d’azione, ma non ha la capacità di farlo, non si puo certo dire che essa acconsenta alle conseguenze delle sue azioni. Se dunque il mercato non è capace di trovare in se le ragioni capaci di fondarne la giustificazione, il ricorso all’etica diviene indispensabile.
Nell’attuale fase storica, le istituzioni di pace più urgenti sono quelle che hanno a che vedere con la problematica dello sviluppo umano

3. Un tema di straordinaria attualità ed importanza che nella CV viene trattato con particolare forza e quello che concerne il nesso tra la pace e lo sviluppo integralmente umano. Un tema questo che la Populorum progressio di Paolo VI aveva reso popolare con l’espressione divenuta celebre: “lo sviluppo e il nuovo nome della pace”. Ebbene, in piena linea con tale posizione, Benedetto XVI sistematizza un pensiero che sintetizzo nei termini seguenti:

a) la pace e possibile, perchè la guerra è un evento è non già uno stato di cose. La guerra è dunque una emergenza transitoria, per quanto lunga essa possa essere, non una condizione permanente della societa umana;

b) la pace, però, va costruita, perchè non è qualcosa di spontaneo, dato che essa è frutto di opere tese a creare istituzioni di pace;

c) nell’attuale fase storica, le istituzioni di pace più urgenti sono quelle che hanno a che vedere con la problematica dello sviluppo umano.

Quali sono le istituzioni di pace che oggi meritano priorita assoluta? Per abbozzare una risposta, conviene fissare l’attenzione su alcuni fatti stilizzati che connotano la nostra epoca. Il primo concerne lo scandalo della fame. E’ noto che la fame non è una tragica novità di questi tempi; ma ciò che la rende oggi scandalosa, e dunque intollerabile, è il fatto che essa non e la conseguenza di una “production failure” a livello globale, di una incapacita cioè del sistema produttivo di assicurare cibo per tutti. Non è pertanto la scarsita delle risorse, a livello globale, a causare fame e deprivazioni varie. E’ piuttosto una “institutional failure”, la mancanza cioè di adeguate istituzioni, economiche e giuridiche, il principale fattore responsabile di ciò. Si considerino i seguenti eventi. Lo straordinario aumento dell’interdipendenza economica, che ha avuto luogo nel corso dell’ultimo quarto di secolo, comporta che ampi segmenti di popolazione possano essere negativamente influenzati, nelle loro condizioni di vita, da eventi che accadono in luoghi anche parecchio distanti e rispetto ai quali non hanno alcun potere di intervento. Accade cosi che alle ben note “carestie da depressione” si aggiungano oggi le “carestie da boom”, come A. Sen ha ampiamente documentato. Non solo, ma l’espansione dell’area del mercato – un fenomeno questo in sè positivo – significa che la capacità di un gruppo sociale di accedere al cibo dipende, in modo essenziale, dalle decisioni di altri gruppi sociali. Per esempio, il prezzo di un bene primario (caffe, cacao, ecc.), che costituisce la principale fonte di reddito per una certa comunità, può dipendere da quello che accade al prezzo di altri prodotti e ciò indipendentemente da un mutamento nelle condizioni di produzione del primo bene.

Un secondo fatto stilizzato fa riferimento alla mutata natura del commercio e della competizione tra paesi ricchi e poveri. Nel corso degli ultimi vent’anni, il tasso di crescita dei paesi più poveri è stato più alto di quello dei paesi ricchi: il 4% circa contro l’1,7% circa all’anno sul periodo 1980-2000. Si tratta di un fatto assolutamente nuovo, dal momento che mai in passato era accaduto che i paesi poveri crescessero più rapidamente di quelli ricchi. Questo vale a spiegare perchè, nel medesimo periodo, si sia registrato il primo declino nella storia del numero di persone povere in termini assoluti (quelle cioè che in media hanno a disposizione meno di un dollaro al giorno, tenuto conto della parità del potere di acquisto). Prestando la dovuta attenzione all’incremento dei livelli di popolazione, si può dire che il tasso dei poveri assoluti nel mondo è passato dal 62% nel 1978 al 29% nel 1998. (Va da sè che, tale risultato notevole non ha interessato, in modo uniforme, le varie regioni del mondo. Ad esempio, nell’Africa Sub-Sahariana, il numero dei poveri assoluti è passato da 217 milioni nel 1987 a 301 milioni nel 1998). Al tempo stesso, però, la povertà relativa, vale a dire la disuguaglianza – cosi come misurata dal coefficiente di Gini o dall’indice di Theil – è aumentata vistosamente dal 1980 ad oggi. E’ noto che l’indice di disuguaglianza totale è dato dalla somma di due componenti: la disuguaglianza tra paesi e quella all’interno di un singolo paese. Gran parte dell’aumento della diseguaglianza totale e attribuibile all’aumento della seconda componente sia nei paesi densamente popolati (Cina, India e Brasile) che hanno registrato elevati tassi di crescita, sia nei paesi dell’Occidente avanzato. Ciò che significa che gli effetti redistributivi della globalizzazione non sono univoci: non sempre guadagna il ricco (paese o gruppo sociale che sia) e non sempre ci rimette il povero.

Di un terzo fatto stilizzato mi preme dire in breve. La relazione tra lo stato nutrizionale delle persone e la loro capacità di lavoro influenza sia il modo in cui il cibo viene allocato tra i membri della famiglia – in special modo, tra maschi e femmine – sia il modo in cui funziona il mercato del lavoro. I poveri possiedono solamente un potenziale di lavoro; per trasformarlo in forza lavoro effettiva, la persona necessita di adeguata nutrizione. Ebbene, se non adeguatamente aiutato, il malnutrito non è in grado di soddisfare questa condizione in un’economia di libero mercato. La ragione è semplice: la qualità del lavoro che il povero è in grado di offrire sul mercato del lavoro è insufficiente a “comandare” il cibo di cui ha bisogno per vivere in modo decente. Come la moderna scienza della nutrizione ha dimostrato, dal 60% al 75% dell’energia che una persona ricava dal cibo viene utilizzata per mantenere il corpo in vita; solamente la parte restante puo venire usata per il lavoro o altre attività. Ecco perchè nelle societa povere si possono creare vere e proprie “trappole di povertà”, destinate a durare anche per lunghi periodi di tempo.

Quel che è peggio è che una economia può continuare ad alimentare trappole della povertà anche se il suo reddito cresce a livello aggregato. Ad esempio, può accadere – come in realtà accade – che lo sviluppo economico, misurato in termini di PIL pro-capite, incoraggi i contadini a trasferire l’uso delle loro terre dalla produzione di cereali a quella della carne, mediante un aumento degli allevamenti, dal momento che i margini di guadagno sulla seconda sono superiori a quelli ottenibili dai primi. Tuttavia, il conseguente aumento del prezzo dei cereali andra a peggiorare i livelli nutrizionali delle fasce povere di popolazione, alle quali non è comunque consentito accedere al consumo di carne. Il punto da sottolineare è che un incremento nel numero di individui a basso reddito può accrescere la malnutrizione dei più poveri a causa di un mutamento della composizione della domanda di beni finali. Si osservi, infine, che il collegamento tra status nutrizionale e produttività del lavoro può essere “dinastico”: una volta che una famiglia o un gruppo sociale sia caduto nella trappola della povertà, e assai difficile per i discendenti uscirne, e ciò anche se l’economia cresce nel suo complesso.

Quale conclusione trarre da quanto precede? Che la presa d’atto di un nesso forte tra “institutional failures”, da un lato, e scandalo della fame e aumento delle disuguaglianze globali, dall’altro, ci ricorda che le istituzioni non sono – come le risorse naturali – un dato di natura, ma regole del gioco economico che vengono fissate in sede politica. Se la fame dipendesse – come è stato il caso fino agli inizi del Novecento – da una situazione di scarsità assoluta delle risorse, non vi sarebbe altro da fare che invitare alla compassione fraterna ovvero alla solidarietà. Sapere, invece, che essa dipende da regole, cioe da istituzioni, in parte obsolete e in parte sbagliate, non puo non indurci ad intervenire sui meccanismi e sulle procedure in forza dei quali quelle regole vengono fissate e rese esecutive.

La sfiducia generalizzata circa l'impiego corretto ed efficace delle risorse si ripercuote negativamente sui potenziali donatori

4. Senza nulla togliere all’importanza degli sforzi di coloro che si battono a favore del cosiddetto modello cosmopolita, secondo cui la via della pace passerebbe per la creazione di una qualche forma di governance sopranazionale, ritengo che nelle more dell’attesa sia cosa saggia mirare a quelle istituzioni che la vigente intelaiatura del diritto internazionale consentirebbe già di realizzare. A due in modo specifico intendo riferirmi. E' ampiamente noto che uno dei problemi più urgenti, oggi, è quello di assicurare che le risorse (monetarie e non) destinate allo sviluppo dei paesi in transizione raggiungano il fine per il quale esse vengono mobilizzate. Invero, piu ancora che nella raccolta e nel reperimento dei fondi, le difficolta maggiori si incontrano, oggi, nei modi di spesa degli stessi. A ben considerare, duplice è il dramma che affligge i paesi poveri. Per un verso, solamente una parte dei fondi stanziati raggiunge lo scopo; per l'altro verso, i modi di spesa tuttora in auge alimentano la corruzione da parte delle burocrazie e oligarchie locali, aggravando in tal modo situazioni gia di per se estremamente precarie. Ma v'è di più. La sfiducia generalizzata circa l'impiego corretto ed efficace delle risorse si ripercuote negativamente sui potenziali donatori. E' ormai documentato che il modo più sicuro per scoraggiare il flusso continuo di donazioni è quello di non rispettare i canoni della accountability, cioè della trasparenza e della efficacia, da parte del soggetto - pubblico o privato che sia - prenditore dei fondi. La regola aurea del fund-raising insegna, infatti, che le risorse affluiscono non a chi ha bisogni da soddisfare, ma a chi dimostra di soddisfare bisogni.

Allo scopo di contribuire a curare questa vera e propria piaga, che è parte non secondaria nella spiegazione del mantenimento delle condizioni di sottosviluppo in parecchi paesi, ritengo sia necessario dare vita ad una Agenzia Internazionale per la Gestione degli Aiuti (AIGA) con le seguenti caratteristiche:

i) all'AIGA affluiscono le risorse rese possibili dal "dividendo della pace" e da altre fonti, pubbliche e private. In particolare, l'Agenzia si adopera per attuare una propria strategia di fund-raising. Una stima grossolana del volume di tali risorse ci viene dal recente studio di L. Bilmes e J. Stiglitz (“The economic cost of the Iraq war”, NBER, WP12054, March 2006) che stimano i costi per i soli USA della guerra in Iraq. Considerando le spese vive (spese per stipendi dei militari, degli armamenti, logistica); gli indennizzi da pagare alle famiglie dei caduti; il costo opportunità dell’investimento nella guerra (vale a dire, quanto avrebbero reso i soldi spesi in Iraq se fossero stati impiegati diversamente), gli autori giungono ad una cifra tra i 652 e i 2000 miliardi di dollari su un arco temporale di dieci anni. D’altro canto, tre economisti di Chicago hanno stimato quanto sarebbe costata una politica di contenimento invece di fare la guerra. La cifra che ottengono oscilla tra i 300 e i 700 miliardi di dollari, sempre sull’arco temporale dei dieci anni. (S. Davis, K. Murphy, R. Topel, “War in Iraq versus containment”, NBER, WP, 12092, June 2006).

ii) l'AIGA è, basicamente, un ente grant-making, anche se non è escluso che essa possa gestire in proprio progetti operativi specifici; nella erogazione dei fondi a coloro che sottopongono progetti di sviluppo, l'AIGA svolge una triplice funzione - istruttoria (seleziona i progetti da finanziare sulla base di criteri che possano realisticamente essere rispettati); di monitoraggio (controlli in corso d'opera e non solamente al termine del progetto); di controllo dell'efficacia (verifica cioe che gli obiettivi del progetto siano stati conseguiti. Non bastano infatti i controlli contabili oppure quelli di legittimità);

iii) all'AIGA possono rivolgersi soggetti sia pubblici sia privati (profit e non profit). I criteri di attribuzione delle risorse ai progetti devono includere anche la capacità di questi di contribuire alla creazione di capitale sociale, cioè di reti di fiducia;

iv) la struttura di governance di AIGA è quella tipica di un ente multistakeholder. Quanto a dire che nell'organo di governo dell'Agenzia devono trovare posto i rappresentanti di tutti i portatori di interessi, e cioè dei donatori, dei beneficiari, degli operatori.

v) L'operatività di AIGA è vincolata al principio – che deve essere sancito dallo Statuto - secondo cui non più del 20% del valore complessivo delle operazioni e destinato alle spese amministrative generali. Ciò a garanzia del rischio dell'autoreferenzialita. (Ci sono organizzazioni della galassia delle NU che destinano oltre il 65% delle entrate complessive che ricevono al proprio mantenimento o alla propria autoconservazione).

Un secondo intervento, urgente e possibile ad un tempo, è quello di dare definitiva attuazione alle due proposte approvate nella riunione ministeriale di Doha della WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) nel Novembre 2001 e finora rimaste lettera morta. La prima riguarda l’accoglimento del principio “ti aiuto ad entrare nei miei mercati” in sostituzione del precedente principio: ”ti aiuto, ma proteggo i miei mercati dai tuoi prodotti”. Un recente studio del Tinbergen Institute di Rotterdam (2001) ha stimato che l’aumento del reddito per i paesi poveri che deriverebbe da una riduzione delle barriere commerciali del 20% sarebbe pari a 50 Mld di dollari, una cifra di gran lunga superiore ai 42 Mld di dollari di aiuti allo sviluppo erogati negli anni 1995-98 dai paesi avanzati. Come J. Stiglitz, in piu occasioni recenti ha posto in evidenza, sia l’iniziativa del Consiglio Europeo denominata EBA (Everything but arms) sia la decisione degli USA di concedere l’apertura del 97% del proprio mercato ai paesi poveri si sono rivelate poco più che un’operazione di mera cosmesi politica, e ciò a causa delle concrete modalità applicative. La spiegazione è presto data. Nel caso dell’EBA, le regole che sanciscono quali prodotti possono accedere ai mercati europei, unitamente alle restrizioni sulle forniture, si sono tradotte in ben scarse possibilita di esportazione dei propri prodotti (formalmente liberalizzati) da parte dei paesi in via di sviluppo. Nel caso degli USA, poi, l’ipocrisia – come scrive Stiglitz – e stata ancora più evidente. E’ bensi vero, infatti, che gli USA hanno concesso l’apertura del 97% del proprio mercato ai paesi poveri, ma sul restante 3% essi si sono riservati la scelta di livelli tariffari diversi per ciascun paese. Il risultato è ciò che Stiglitz ha chiamato il progetto EBP (“Everything but what they produce”): i paesi in via di sviluppo sono liberi di esportare “tutto tranne cio che essi producono”. Ad esempio, possono esportare prodotti high-tech, prodotti meccanici di alta precisione, aeromobili, ma non, ad esempio, tessuti, prodotti agricoli, beni alimentari e tutti quegli altri beni che costituiscono la base della loro struttura produttiva.

La seconda proposta, pure approvata a Doha, nel 2001, ma non ancora applicata, riguarda l’accoglimento del principio di sussidiarietà declinato a livello transnazionale, al fine di consentire alle organizzazioni della società civile di andare oltre i compiti di advocacy e di denuncia per assumere ruoli ben definiti di policy-making. Come si sa, sono oltre 7000 le ONG (Organizzazione non governative) registrate presso le NU; parecchie delle quali di grandi dimensioni e capaci di sviluppare notevoli volumi di attività. Non penso si potrà mai avviare una politica seria di redistribuzione a scala globale – si badi che le politiche a scala nazionale non servono più allo scopo – senza il concorso diretto delle organizzazioni della societa civile. Queste ultime, però, devono accettare di darsi un codice di autoregolamentazione che preveda tre punti qualificanti. Primo, l’accoglimento negli statuti delle singole ONG dei diritti umani fondamentali; secondo, una governance interna di tipo democratico; terzo, la trasparenza nella gestione delle risorse. Sotto quale condizione si potrà essere certi che questi tre punti vengano non solo accolti formalmente ma anche attuati nella sostanza? Sotto la condizione che si dia vita ad una secondapdf assemblea delle Nazioni Unite, nella quale siedano i rappresentanti delle ONG e delle altre plurime espressioni della società civile transnazionale (Chiese; associazioni di promozione sociale; associazioni culturali; etc.). Come più di un osservatore ha notato, se fosse esistita una tale assemblea, molto probabilmente la guerra in Iraq non si sarebbe mai combattuta.

Vado a chiudere. Sono certamente consapevole delle difficoltà che la realizzazione di interventi quali quelli qui suggeriti pone. Ma non si tratta di difficoltà insormontabili, ne si tratta di obiettivi al di sopra delle nostre attuali possibilità. D’altro canto, tra il rischio dell’utopia e quello della distopia preferisco correre il primo tipo di rischio: la pace si nutre anche di utopia, purchè presa a dosi convenienti. E’ merito certo non secondario della CV quello di spronare credenti e non credenti ad osare, oggi, vie nuove.

 

 

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