Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfHo voluto rileggere più volte l’ultima enciclica di Sua Santità Benedetto XVI “Caritas in veritate”, nel desiderio di comprenderla a fondo, consapevole di non essere uno studioso ma una persona, un credente che trae alimento anche dal magistero per la sua vita personale, per il suo impegno associativo e quindi politico.

A me sembra che questo importante documento contenga un messaggio forte ed una conferma significativa.

Il messaggio forte è soprattutto nel titolo e nell’Introduzione ed informa tutta la riflessione successiva: il Papa ci dice che la Carità è autentica solo se guidata dalla Verità e ci mette in guardia da una carità che prescinda dalla verità. Una riflessione con motivazioni rigorose e convincenti. Tuttavia mentre leggevo quelle parole mi tornava alla mente l’inno alla Carita della Lettera ai Corinti di San Paolo dove si afferma non solo la totale autonomia della carità, ma addirittura si indica la carità come la via maestra, forse l’unica, per raggiungere la verità.

Le due prospettive sono molto diverse, ma forse non inconciliabili. Spetta ai teologi ed ai nostri pastori riflettere ed approfondire per giungere ad una sintesi alta; ma ancora più importante è l’aspetto pastorale: è necessario che nelle parrocchie, negli ambiti associativi, nei gruppi si legga con attenzione questa Enciclica, si rifletta comunitariamente, se ne traggano indicazioni pastorali ed operative.

Partendo poi da questa premessa, il corpo di questa enciclica si sviluppa su due assi: la giustizia ed il bene comune che vengono individuati come il fondamento della Dottrina Sociale della Chiesa.

Su questi due temi il pontefice conferma l’insegnamento della Chiesa con un riferimento particolare alla Populorum Progressio di Paolo VI.

Certamente è una conferma rigorosa e articolata, una conferma che contiene indicazioni aggiornate sulla base delle trasformazioni intervenute nella società globalizzata. Il secondo capitolo dell’enciclica descrive con precisione i cambiamenti intervenuti nel mondo in questi quarant’anni: “Va tuttavia riconosciuto che lo stesso sviluppo economico è stato e continua ad essere gravato da distorsioni e drammatici problemi, messi ancora più in risalto dall’attuale situazione di crisi. Essa ci pone improrogabilmente di fronte a scelte che riguardano il destino stesso dell’uomo, il quale non puo peraltro prescindere dalla sua natura. Le forze tecniche in campo, le interrelazioni planetarie, gli effetti deleteri sull’economia reale di un’attività finanziaria mal utilizzata e per lo piu speculativa, gli imponenti flussi migratori, spesso solo provocati e non poi adeguatamente gestiti, lo sfruttamento sregolato delle risorse della terra, ci inducono oggi a riflettere sulle misure necessarie per dare soluzione a problemi non solo nuovi…,ma anche, e soprattutto, di impatto decisivo per il bene presente e futuro dell’umanita” (22).

Sembra tuttavia mancare quella passione per l’uomo, quella sconvolgente novità profetica con la quale si presentò la Populorum Progressio nel 1967 affermando un’idea nuova del termine “sviluppo”.

Ma è una conferma non di poco conto poichè viene nella fase più acuta della maggiore crisi economico- finanziaria che ha colpito il mondo ed i cui effetti sono ancora tutti da rivelarsi, una crisi che ha le sue radici nello sviluppo della globalizzazione, di un capitalismo senza regole dove tutto è affidato ai meccanismi del libero mercato, una crisi che ha svelato tutti i limiti di un’ipotesi neo-liberista che ha dominato il mondo negli ultimi trent’anni, una crisi i cui esiti potranno essere positivi se si correggeranno con rigore e severità le cause che l’hanno prodotta, o che aggravera in modo inaccettabile disuguaglianze ed ingiustizie se si ripercorreranno le vecchie vie.

Credo tuttavia che proprio a partire da questa enciclica sia utile fare alcune ulteriori considerazioni sul tema del “bene comune”.

L’enciclica fa una sintesi mirabile di tutta la riflessione che si è andata sviluppando nella Chiesa e che recentemente ha rappresentato anche il tema delle ultime Settimane Sociali dei Cattolici italiani. Il Papa afferma che “..accanto al bene individuale c’è un bene legato al vivere sociale della persona: il bene comune. E’ il bene di quel “noi-tutti”, formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale. Non è un bene ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il loro bene. Volere il bene comune e adoperarsi per esso e esigenza di giustizia e di carita…” (7) .

Vorrei proprio soffermarmi sull’affermazione che il bene comune non e un bene ricercato per se stesso.

L’idea di “bene comune”, che ha come fondamento le ragioni profonde della “solidarietà”, nasce alla fine del XIX sec.(ricordiamo la Rerum Novarum di Leone XIII), in una società industriale in rapido ed incontrollato sviluppo che determinava inaccettabili ingiustizie, come risposta all’idea di “lotta di classe”, alla contrapposizione tra capitale e lavoro, tra padroni e operai.

Questo concetto di “bene comune” si è sviluppato nel tempo seguendo le grandi trasformazioni sociali ed e divenuto parte essenziale della Dottrina Sociale della Chiesa che, come ha detto Giovanni Paolo II°, e parte importante della teologia morale.

Oggi pero viviamo in un contesto sociale e civile totalmente trasformato dove vanno ripensati e ridefiniti concetti e parole.

Ho letto in un recente articolo: ”Gia negli anni ’80 Dossetti avvertiva che stavano venendo meno le ragioni profonde della solidarietà intesa non solo come generosità dell’animo individuale, ma come contesto sociale e oggettivo nel quale ciascuno riconosce e vive un legame positivo e fiducioso con gli altri.

Nella generazione di Dossetti c’era il ricordo, e forse la nostalgia della stagione della Resistenza e della Ricostruzione, quando il Paese nel suo complesso, e moltissimi cittadini ciascuno per la sua parte, seppero trovare le ragioni ed uno stile di convivenza, rispetto e collaborazione. Le tragedie vissute, le difficolta da affrontare per assicurare ai figli un futuro migliore favorirono certamente questa solidarietà; ma essa fu possibile anche perche c’era un’idea di bene comune, cioè di un patrimonio e soprattutto di un progetto che si poteva realizzare soltanto insieme.”

Oggi sembra che quel patrimonio sia disperso, quel progetto vanificato.

Forse proprio l’approccio teologico, e direi filosofico del “bene comune”, ha reso questo concetto sempre piu difficile da comprendere.

L’idea di “bene comune” appare nebulosa e retorica.

Siamo tutti consapevoli che la politica, anche la buona politica, non basta: occorre sempre riconoscere “il limite della politica” determinato dal fatto che esistono ambiti che riguardano la coscienza ed esulano dalla sfera della politica.

Per me, le cui conoscenze filosofiche risalgono agli anni del liceo e le nozioni teologiche molto elementari sviluppate solo grazie all’aiuto di alcuni maestri teologi, faccio grande fatica a muovermi su concetti spesso astratti.

Forse esiste una strada per rendere questa idea del “bene comune piu comprensibile, più concreta e forse piu realizzabile: considerare il bene comune come l’insieme dei Beni Comuni universali: quelli che appartengono a tutti e percio debbono essere considerati indivisibili, beni che debbono essere, senza riserve e privilegi, a disposizione di tutte le donne e gli uomini del mondo perchè “.... Il tema dello sviluppo coincide con quello dell’inclusione relazionale di tutte le persone e di tutti i popoli nell’unica comunità della famiglia umana, che si costruisce nella solidarietà sulla base dei fondamentali valori della giustizia e della pace” (54).
Dovremmo sforzarci di individuare con chiarezza quali sono questi Beni Comuni Indivisibili sia di natura materiale che di natura immateriale, ma non per questo meno concreta.

Provo a segnalare quelli a me sembrano i piu importanti.

Cominciando dai Beni Comuni e Indivisibili di tipo materiale: l’acqua, il cielo, la terra.

L’acqua; un bene ampiamente ma irregolarmente diffuso che dovrebbe essere a disposizione di tutta l’umanità, invece milioni di donne e uomini nel mondo soffrono e muoiono per la sete e nello stesso tempo assistiamo, a partire dai nostri paesi occidentali, alla progressiva privatizzazione dell’acqua dei fiumi delle sorgenti, dei laghi, dei bacini sotterranei.

Il cielo; un bene che gli uomini hanno sempre considerato un “bene comune”, indisponibile all’uso privato. Oggi anche questo non è più vero: non solo per l’inquinamento atmosferico e per l’effetto serra causati dalle emissioni inquinanti della società industriale, ma meno avvertito è ciò che sta avvenendo al di là dei limiti dell’atmosfera: migliaia di satelliti non solo scientifici ma militari e delle comunicazioni occupano in modo privatistico ed incontrollato parte del cielo, come pure si parla sempre con maggiore insistenza dell’invio “clandestino” di rifiuti nello spazio (qualcuno sostiene che questo stia gia avvenendo).

La terra ; noi che ci siamo formati sulla Parola di Dio sappiamo che la terra è di Dio. “La terra è mia” dice il Signore. Uno dei segni del giubileo biblico era appunto la redistribuzione delle terre accanto alla remissione del debito ed alla liberazione degli schiavi. Queste indicazioni, che non sono solamente religiose ma nascono dalla “sapienza popolare”, ci dicono che la terra è uno dei fondamentali “beni comuni”. Siamo consapevoli che la terra non è solo il suolo ma tutto ciò che oggi chiamiamo patrimonio ambientale (le foreste, le materie prime , le riserve energetiche,..) e che l’iniqua distribuzione ed uso di questo bene ha provocato e provoca ancor oggi guerre, sfruttamento, sopraffazione, grandi tragedie.

Nella stagione della globalizzazione occorre riaffermare l’aspetto comune, indivisibile e quindi non disponibile per il privato di questi beni: acqua, cielo, terra; e non solo su scala nazionale ma su scala globale altrimenti quello che definiamo un “bene comune” diverrebbe ancora una volta “bene privato” a disposizione solo di chi ha i mezzi anche se in una nuova accezione, occorrono regole ed autorita che vincolino tutti.

Accanto ai fondamentali beni materiali dobbiamo considerare anche i Beni Comuni e indivisibili di tipo immateriale: la cultura e l’educazione, la salute, la giustizia, il lavoro, la pace.

  • Cultura ed educazione: sarebbe utile ricordare il grande insegnamento di don Lorenzo Milani che affermava che le differenze culturali rappresentano la piu grande disuguaglianza ed ingiustizia
  • Salute: un bene delicato pensando ai milioni di persone che muoiono quotidianamente nei paesi più poveri per malattie facilmente curabili; un bene da gestire con grande rispetto davanti ai grandi progressi delle bioscienze e delle bio-tecnologie che aprono prospettive entusiasmanti e contraddittorie
  • Giustizia nella duplice accezione della legalità e della giustizia sociale
  • Lavoro: un diritto fondamentale non solo perchè garantisce i mezzi di sostentamento ma perchè riguarda la dignità della persona ed il diritto di cittadinanza come afferma solennemente il 1° articolo della nostra Costituzione. Non si dovrebbe mai ridurre il lavoro a “fattore della produzione” e non si dovrebbe mai parlare di “mercato del lavoro” quasi si trattasse di una qualsiasi merce
  • Pace un bene che non può essere affidato alla volonta dei “vincitori” e dei “potenti della terra” ma che deve essere condiviso da tutti i popoli.

 

Si tratta di beni che non dovrebbero mai essere “privatizzati” perchè altrimenti viene meno il principio di “universalità” che li deve caratterizzare.

Garantire, promuovere, salvaguardare i Beni Comuni è compito primario della buona politica, di quella politica che, come diceva Paolo VI è la più alta ed esigente forma della carita, che non deve mai essere guidata dagli interessi dei potenti e non può neanche limitarsi all’esercizio del buon governo e della sana amministrazione.

E’ compito della buona politica

  • indicare prospettive collettive, progetti civili e sociali per un futuro migliore.
  • promuovere e riconoscere il diritto indivisibile ai “beni comuni”.
  • coniugare la tutela dei “beni comuni” e la promozione della liberta delle persone.
  • combattere l’ingiustizia e la disuguaglianza attraverso le leggi, le istituzioni, gli atti di governo.

Per questo è necessario riconoscere sempre l’importanza e l’insostituibilita della politica e mai ci si potra iscrivere al partito dell’“antipolitica”.

Tuttavia siamo tutti consapevoli che la politica, anche la buona politica, non basta: occorre sempre riconoscere “il limite della politica” determinato dal fatto che esistono ambiti che riguardano la coscienza ed esulano dalla sfera della politica. Ma un limite ancor più forte è dato dal fatto che nelle società democratiche l’azione politica e determinata dal consenso popolare, e quindi dai sentimenti, dalla cultura profonda dei cittadini, da cio che essi credono e sperano. C’è quindi qualcosa che viene prima della politica ed e la cultura e l’educazione.

Una grande responsabilità che viene prima della politica e che interpella direttamente i soggetti e le agenzie della cultura e dell’educazione: in primo luogo la famiglia e la scuola, ma con loro: le chiese, i luoghi della cultura e della scienza, le forze sociali, l’associazionismo di promozione sociale.

Oggi si presenta dinnanzi a noi, con un’urgenza nuova, l’importanza del ruolo dell’educazione.

Siamo in presenza di una società mai cosi ricca nella storia dell’umanitàdi opportunità e di progresso, e nello stesso tempo siamo di fronte ad una società occidentale frammentata e disorientata ed ad una società globale contrassegnata da inaccettabili disuguaglianze e grandi ingiustizie, perchè come dice il Papa “la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli” (19).

E’ urgente riaffermare la centralità ed il primato dell’educazione come responsabilità verso le giovani generazioni, ma in maniera addirittura più forte nei confronti del mondo degli adulti che, pur capaci di grande generosità ed impegno, sembranopdf oggi spesso preda di sentimenti di precarietà, insicurezza, disorientamento.

“.....occorre quindi impegnarsi incessantemente per favorire un orientamento personalista e comunitario, aperto alla trascendenza, del processo di integrazione planetaria” (42).

Occorre offrire agli adulti mezzi, strumenti, esperienze che consentano loro di camminare con la schiena diritta e gli occhi limpidi, capaci di abbandonare la tranquillita del salotto televisivo ed uscire sulla strada per aprirsi al dialogo e al confronto civile, guardando al futuro con rigore ma anche con responsabile ottimismo.

 

 

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