Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfPotrebbe sembrare difficile collocare questo libro di Luca Mencacci in un definito frame teorico e di ricerca, per le molte e diverse anime che sembrano abitarlo, e che stimolano diverse ed immediate domande. E’ un saggio di sociologia urbana o di critica letteraria? di ricerca scientifica o riflessione divulgativa? A quale opzione metodologica si ispira? ed a chi si rivolge? E soprattutto: qual’e la tesi di fondo che vuole dimostrare e come? Probabilmente queste domande nascono dalla mia curiosita di lettore, sempre interessato ad “interrogare” il testo ed i suoi impliciti piani di costruzione. Le difficolta a collocarlo in una collana di studi sociali, invece, viene dalla mia formazione di etnografo, cioe di ricercatore sul campo interessato a cogliere - dal vivo e dal vero, per cosi dire - ipotesi interpretative della realta urbana a partire dai fenomeni piu ordinari e quotidiani della cultura metropolitana: i suoi luoghi, le sue pratiche, i suoi scenari minuti e minori, come gli esercizi mattutini di Tai Chi a Piazza Vittorio che trasformano il centro di Roma in uno scorcio di Pechino, o i mercatini etnici che riuniscono e rigenerano i legami dei gruppi di migranti in un mix di odori, colori, lingue, cibi, socialita, scambi, o le nuove e mutevoli icone della mendicita che abitano metropolitane, marciapiedi, piazze e centri commerciali. Mi trovo quindi impreparato – lo confesso - di fronte ai grandi scenari descritti da Luca Mencacci, come “il trend globalizzante” che per l’autore sembra incorniciare “la stagione della seconda rivoluzione urbana” facendone la “naturale antagonista dello Stato nazionale oggi in crisi” letti, od interpretati , senza il sostegno di fonti dirette o indirette (come nel caso degli incendi delle banlieue parigine, ad esempio), o di una base documentaria che sostenga la teoria universalizzante dell’eclissi dell’ utopia urban; come se fosse autoevidente.

L’equivoco, come il testo rivela ben presto, è dato dal fatto che la tesi dell’autore non e basata su una ricerca empirica, cioe su una analisi di fatti sociali, o sulla loro elaborazione secondaria (sociologica, economica o storico-culturale), ma su un’ampia, e direi appassionata, analisi critica ed interpretativa della letteratura utopica e fantastica. Il mio disorientamento viene appunto da questa opzione dell’autore a trascorrere dalla letteratura socio-antropologica (dai Nonluoghi di Auge a La societa sotto assedio di Bauman, a Modernita in polvere di Appadurai) all’immaginazione letteraria di una vasta rassegne di opere (da Fahrenheit 451 di Bradbury, al Moby Dick di Melville, da Le tour du Monde en Quatre-vingts Jours, di Verne al Brave New World di Huxley, ed al Ninenteen Eighty-Four di Orwell, per citarne solo alcune) come se fossero sostanzialmente contigue e non appartenenti a due diversi ordini di realta: quello rappresentativo, fantastico ed espressivo (letterario), “lontano dall’esperienza”, come lo chiamo mutuando una espressione in uso in antropologia, e quello scientifico, euristico, empirico, “vicino all’esperienza”.

La mia distinzione, non vuole essere, naturalmente, una critica “positivistica” (lontana dalla mia sensibilita e formazione) ma piuttosto una riflessione (critica, ma costruttiva) sui livelli di realta ( e le corrispondenti forme di riflessione) che sottendono le analisi critiche dell’autore sul “destino urbano” del nostro tempo. Ed e appunto in questa chiave che vorrei sviluppare una lettura riflessiva del testo, dei suoi contributi creativi come dei suoi punti critici.

Il libro si muove tra contributi diversi del pensiero socio-antropologico e letterario per delineare, cosi mi sembra, una parabola declinante del paradigma urbano eletto ad emblema dell’hybris (tecnologica ed atea) occidentale. Questa parabola discendente, che investe emblematicamente le citta, viene descritta soprattutto attraverso un’ampia rassegna della letteratura dell’ utopia, intesa come sogno sociale da realizzare, che diventa eterotopia, cioe realizzazione compiuta e normativa di quel sogno, fino alla sua radicale metamorfosi in distopia, il rovesciamento del sogno in incubo. E’ questa una delle ricorrenti e pessimistiche rappresentazioni letterarie dell’urbanizzazione (luogo emblematico della stessa modernizzazione, tra loro infatti spesso con-fuse) come fenomeno culturale, tutto occidentale, che la globalizzazione sembra voler estendere all’intero pianeta e che appare suscettibile di molte, diverse e contrastanti interpretazioni. Tra queste, quella di Mencacci propende per la teoria dell’eclissi che, com’e noto, ha una consolidata tradizione nella letteratura delle scienze sociali moderne e contemporanee, con ritornanti previsioni di “tramonto dell’Occidente”, “fine della storia”, ed altri orizzonti apocalittici, peraltro (fortunatamente) ancora distanti dal realizzarsi. Gli antropologi culturali interpretano questo genere letterario come una produzione intellettuale di tipo esorcistico piu che profetico; cioe come una denuncia sociale radicale, che impiega il registro drammatico della fine della cultura per dar vita a (o auspicare) nuova cultura. Che mobilita risorse straordinarie per riscattare il pericolo della crisi incombente. Anche lo scenario del rinascimento urbano contemporaneo, ispirato “ad un umanesimo ateo”, abissalmente distante (oltre che temporalmente) dall’umanesimo medievale cristiano, sembra apparire a Mencacci come un orizzonte critico e tragico, che segna il rovesciamento ( tutto in progress) dell’utopia urbana in distopia : ma - sembrerebbe – come una reale e concreta eventualita prossima, e non come espressione di un certo immaginario contemporaneo. Questo slittamento dall’orizzonte narrativo, immaginativo e fantastico ad un pericolo reale ed empirico, consente al testo di trascorrere con grande leggerezza tra piani diversi del reale, come in un sostanziale continuum che spazia e si sviluppa liberamente all’interno di un’ ampia letteratura, utopica e distopica, ispirata alla dimensione culturale della vita urbana come esperienza emblematica umana.

Questo tipo di approccio sembra conferire al testo una decisa vocazione divulgativa per una storia dell’utopia come ideale occidentale della perfettibilita del vivere sociale, che ha trovato nella città, cioe una costruzione integralmente culturale (antropologicamente contrapposta alla natura del mondo rurale), il suo topos privilegiato. Ed e proprio quest’ampia analisi della letteratura utopica, che costituisce, a mio parere, il primo, rilevante contribuito dell’autore. In questo senso mi sembra possibile ipotizzare dei destinatari ideali di riferimento, giovanili e studenteschi, interessati tanto alle problematiche urbane che alla loro trattazione letteraria, piu che sociologica, o se volete ad una sociologia urbana “mostrata” o proposta (in un’interessante contaminazione) attraverso la chiave narrativa. Ma quest’ampio apparato critico-letterario mi spinge ad ipotizzare anche un secondo, e piu implicito, contributo dell’autore. Il quale, probabilmente, non ha inteso pronosticare crisi apocalittiche imminenti o incombenti su una realta urbana planetaria avviata verso destini e sviluppi assai piu diversificati ed imprevedibili quanto, piuttosto, portarci a riflettere sulla rappresentazione critica e problematica contemporanea del fenomeno urbano, costantementente in trasformazione. Mi spiego meglio: la vasta rassegna del panorama letterario proposto da Mencacci, appare anzitutto un interessante contributo divulgativo delle rappresentazioni urbane che la cultura occidentale ha prodotto e costantemente produce. Attraverso la erudita ed approfondita ricognizione di questa letteratura, infatti, Mencacci descrive, mostra, commenta l’immaginario urbano, moderno e contemporaneo, nelle sue diverse e contrastanti facce, come esercizio critico ed autocritico per riflettere sulle forme storiche del nostro vivere sociale, commentarle, tradurle in fantasmi di pericolo e di minaccia o, al contrario, in immagini di salvezza e di speranza. In tal modo la letteratura utopica e distopica funge da campo di prefigurazione, denuncia, riflessione e sperimentazione di un vivere sociale, sempre critico, che per l’occidente e stato storicamente segnato dalla missione civilizzatrice cristiana di “redenzione” dellepdf campagne (si pensi alle “missioni” dei Padri Passionisti) e che oggi propone ai credenti un nuovo ed impegnativo campo (anche personale) di rinnovamento per costruire un nuovo orizzonte di umanesimo cristiano che non sia l’impossibile riproposizione di un passato idealizzato ma l’elaborazione, viva ed originale, di una nuova visione del mondo da contrapporre all’umanesimo laico ed ateo. Ed e forse in tal senso che va interpretata la mancanza di una riflessione, anche provvisoria, che comunemente “conclude” un testo, magari nella forma (piu appropriata) di un lampo d’utopia, cristiana questa volta, capace di rischiarare il buio pessimistico dell’eclissi urbana atea con un messaggio di speranza e di ricerca (cioe di impegno scientifico, attivo) che, credo, ogni lettore partecipe avverte ed attende, come bisogno cognitivo ed orizzonte culturale di riscatto.

 

 

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