Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfIl secondo libro della collana Pane Quotidiano e sulla vita e gli ideali di don Luigi Sturzo. Il testo si presenta diviso in tre parti: nella prima viene illustrato il pensiero e le idee principali di Sturzo ad opera del prof. Marco Vitale; nella seconda parte si riporta una versione ridotta del copione messo in scena il 15 maggio 2009 e integralmente riportato nel DVD allegato al volume. L'opera teatrale è scritta e ideata da Alfredo Rivoire; la terza sezione risulta ricca di documentazione fotografica, di scritti e testimonianze. Nel complesso l'idea è quella di presentare la figura di don Luigi Sturzo tentando di entrare nello spessore e nella grandezza del suo pensiero, e della sua vita, attraverso la comunicazione di tipo teatrale, e una ricca presentazione storica di documenti a lui inerenti.
Al curatore della prima parte spetta il tentativo di avvicinare la complessità di questo politico, filosofo, economista e sacerdote ai lettori d'oggi. Si ripercorrono le principali tappe della sua vita: dall'impegno nel municipio, alla creazione del Partito Popolare, allo scontro con il fascismo, fino all'esilio del 1926. La chiarezza espositiva ci aiuta ad entrare con semplicità ed efficacia dentro questa figura che si presenta grande non solo come amministratore pubblico, ma anche come difensore della dignità della persona umana, difensore dell'integrità delle finanze pubbliche, contro l'uso improprio fatto in nome di uno statalismo partitocratrico, ma anche come economista e sociologo attento ai problemi dello sviluppo e vicino all'economia sociale di mercato. Un tema centrale nel suo pensiero, sia quando era sindaco a Caltagirone, sia al rientro in Italia dall'esilio. Il suo concetto di sviluppo è quello di sviluppo integrale della persona e della comunità, maturato all'interno della grande Scuola italiana d'economia, concetto che verrà poi ripreso nell'enciclica di Paolo VI Populorum Progressio del 1967, e che si distanzia dal concetto americano di crescita economica quantitativa.
Dal 1899 al 1920 Sturzo è sindaco di Caltagirone; quest'esperienza lo aiuterà a maturare i valori positivi della libertà e dell'autonomia, soprattutto come riflesso di ciò che nasce proprio dalla persona umana come singolo e all'interno della famiglia, del comune e di altre forme di società intermedie. Queste non derivano dallo Stato, ma sono cellule autonome finalizzate a garantire la dignità e la libertà della persona umana. Tutte le istituzioni successive sono sovraordinate a queste ed esistono solo in funzione sussidiaria, per questo lo Stato deve solo assicurare le regole del gioco affinché i soggetti originari possano esprimere tutta la loro energia per lo sviluppo e il progresso. Per questo Sturzo parte proprio dal Comune di Caltagirone, e nel 1899 n'entra a far parte come membro dell'opposizione. Con passione, fede e competenza riesce a fare analisi lucide della situazione, studiando i problemi fino in fondo, qui comprende in senso concreto cosa è il Comune, quali principi lo governano e come farlo diventare comunità, anziché un semplice ente amministrativo al servizio dei potenti. Nel 1905 vince le elezioni portando i cattolici al governo e conserverà la carica fino al 1920 in seguito all'avvento violento del fascismo. Questa vittoria arriva per il merito di un programma concreto che punta al coinvolgimento della popolazione nel modo più ampio possibile, alla creazione d'aziende municipalizzate, e a favorire l'autonomia finanziaria del Comune, anche attraverso il recupero di beni comunali usurpati da privati, per questo condurrà una dura battaglia contro la corruzione. Il Comune per Sturzo sarà così sempre un ente che non nasce da un atto di decentramento dello Stato, ma è comunità originaria che ha diritti originari nei confronti dello Stato e non derivati da esso. Questa autonomia non è però mai vista come elemento disgregativo dell'unità nazionale.
Per l'autore è questa posizione a caratterizzare il pensiero di Sturzo come profondamente federalista. In pochi anni s'impegna per opere molto concrete come la creazione di un impianto per la produzione elettrica, per la produzione dell'acqua potabile, fonda le scuole civiche investendo e lavorando tantissimo in questa direzione. Molti suoi sforzi furono intrapresi poi nel tentativo di riformare la burocrazia comunale favorendo la privatizzazione dell'enorme proprietà del Comune, da distribuire a favore di contadini che ne potevano diventare proprietari e produttori. In questo suo intento non degenerò mai nel populismo ideologico, pur privatizzando molti terreni comunali, si fermò di fronte alla proprietà comunale del sughereto, che percepì sempre come bene comune e patrimonio millenario da salvaguardare.
Nel 1919 nell'appello "A tutti gli uomini liberi e forti" si rivolse a tutti i cattolici per fondare il Partito Popolare e superare le divisioni in politica. Nel 1922 in uno scontro durissimo dichiarò l'inconciliabilità assoluta tra i principi del fascismo e i principi cristiani. Questa posizione gli costò le dimissioni dal Partito e la partenza per l'esilio che durò ventidue anni fino al 1946. Al ritorno continuò la sua battaglia personale contro quelle che definiva le "tre male bestie" della politica: la partitocrazia, lo statalismo e lo sperpero del denaro pubblico. Rimase una voce isolata, etichettata, e confinata all'interno di quello che fu definito quasi un secondo esilio; voce secondo Vitale quanto mai attuale oggi "Soprattutto in un Paese come il nostro, che sta affondando in una gestione che dal conflitto di interessi è ormai passata a una gestione privata e padronale del potere pubblico. Per questo la sua voce è ancora così attuale. Come attuale è l'impegno, la speranza, l'ottimismo che non lo lasceranno mai."

 

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