Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfDobbiamo al domenicano p. Hugues Puel, teologo morale ed economista, un recentissimo ed originale saggio in tema di rapporti tra economia ed etica. P. Puel, che dal 1964 è membro animatore del gruppo di studiosi cattolici di "Economia ed Umanesimo" eredi, presso il Centro di Economia reale e finanziaria (Cerf) di Parigi, delle posizioni di P. Lebret, è noto come uno dei più competenti cultori del tema, nonché, più in generale, della ricerca portata avanti nell'ambito del personalismo cristiano e della Dottrina Sociale della Chiesa.
Nei suoi scritti ed in particolare nel saggio in oggetto, oltre a presentare un vero e proprio trattato in argomento, ha proceduto all'approfondimento delle relazioni fra economia, etica ed ethos, termine, quest'ultimo, che nella tradizione filosofica occidentale, si riferisce alla moralità dei costumi quotidiani, differenziandosi - ma non contrapponendosi - rispetto all'etica che, più specificamente, si riferisce alla moralità della vita buona, anzi, nella visione cristiana, alla moralità del bene comune.
Senza potere qui approfondire questo punto, il che, magari, può essere fatto in un dibattito che possa seguire alla presente recensione del libro di P. Puel, in questa sede mi riprometto di tratteggiare gli aspetti salienti del testo che, oltre ad una Premessa, è distinto in tre grandi Parti, ciascuna delle quali suddivisa in un certo numero di Capitoli, e cioè: Prima Parte, su "Il riconoscimento dell'ethos"; Seconda Parte, su "Un mondo in crisi"; Terza Parte, su "Le scelte".

In generale, la tesi di fondo dell'autore è che è dal riconoscimento dell'ethos che si passa alla costruzione del ruolo dell'etica nell'economia, laddove è dall'etica dell'economia, legata per il credente alla fede, che deriva la stella polare che consente di esprimere un giudizio complessivo sui comportamenti e sugli andamenti dei vari aspetti di un'economia. Orbene, non solo su questo punto, ma anche sul primo aspetto, ritengo che la riflessione di P. Puel sia da considerarsi originale e convincente.

Nella Prima Parte del saggio, quanto al riconoscimento dell'ethos, secondo la visione di uno studioso credente, si tratterà sempre, per gli aspetti vuoi descrittivi che normativi, di riconoscimento di ciò che è diffuso nella società nei diversi ambiti, incluso quello religioso, quindi nei vari comportamenti ed andamenti collettivi. In effetti, questi si esprimono, nelle parole dell'autore (p. 35 del testo, mia traduzione), «come risultato delle interazioni che precedono e s'impongono agli individui nel quadro della loro appartenenza ad un insieme sociale: famiglia, tribù, villaggio, città, regione, nazione, ...».
Allora, stante il dispiegamento teorico e storico nel tempo di tali aspetti (si fa in particolare riferimento, da un lato, alle posizioni teoriche di San Tommaso e Max Weber, dall'altro, a cruciali concretizzazioni dell'ethos quali quelle della rivoluzione agricola e della rivoluzione industriale), si precisa che è sempre il riconoscimento dell'ethos che permea le nuove forme d'organizzazione della societù, e non l'inverso.
Come si comprende, siamo in presenza di una specifica visione sociale e democratica della storia, visione certamente illuminata dalla fede, ma anche attraversata dalla fiducia nel ruolo positivo di principi generali quali quelli, in particolare portati avanti nella modernità, di libertà, uguaglianza e fraternità.
In maggior dettaglio, nel testo si comincia col trattare del ruolo rispettivo della religione, del potere, del soggetto (il sé). In proposito, procedendo su tre tappe o terreni, si analizzano di seguito: 1. la rappresentazione della religione; 2. la rappresentazione del potere; 3. la rappresentazione di sé.

Mentre l'economia si presenta come ambito concreto, specifico e relativo, d'altro canto, proprio in quanto nell'ethos, in ogni società, la religione gioca un ruolo rilevante, segue che a fondamento dell'economia emerga esserci, in particolare, proprio il sacro, la religione. Nelle parole dell'autore (p. 45) «La storia dell'umanità si caratterizza per l'esistenza di certi periodi assiali secondo una configurazione originale delle rappresentazioni religiose e delle loro relazioni col mondo».
Tuttavia, mentre in certi periodi, come ai tempi degli stregoni, allorquando l'economia procede sulla base della raccolta (dei frutti della terra), della caccia e della pesca, la tecnica gioca un ruolo secondario, già passando alla cosiddetta rivoluzione neolitica, con l'invenzione dell'agricoltura e dell'allevamento, quella emerge ad essere un asse portante: si può parlare in proposito di un primo periodo assiale. Un secondo periodo assiale è quello delle religioni agro-pastorali, in cui dominano aruspici ed indovini, il culto degli antenati, i sacrifici (anche umani) a divinità crudeli, mentre le tecniche ristagnano. Un terzo periodo assiale è quello in cui si hanno invenzioni fondamentali come quelle della scrittura e dello Stato.
Ma è il quarto periodo assiale che risulta essere il più rilevante prima della nascita di Gesù, con l'affermarsi (dal 3000 a.C. in poi) delle grandi civiltà antiche in Mesopotamia, in Egitto, in Persia, in Grecia ed a Roma, e con l'emergere di religioni incentrate sulla casta del clero. È in tale periodo che emerge in economia il ruolo del surplus di prodotti, sostanzialmente derivante dall'agricoltura irrigua, ma anche dallo sviluppo dell'artigianato, localizzato soprattutto nelle città, nonché da quello del commercio. Ed è in questo periodo che nasce e si afferma il Cristianesimo, «a sintesi - scrive l'autore, a p. 47 - del profetismo ebraico, della filosofia greca, del diritto romano, e del messaggio di Gesù». Come ben noto, esso sarà alla base della civiltà occidentale, avrà il massimo splendore nei secoli dall'XI° al XIII°, mentre, mantenendosi in piedi giudaismo, induismo, buddismo e zoroastrismo, apparirà e si affermerà l'islamismo. Va soprattutto sottolineato che, in questo periodo, si comincerà a parlare di separazione del potere politico da quello religioso, aspetto che, però, in Occidente si affermerà solo con la fine delle Guerre di religione (Trattati di Westfalia, 1648), mentre altrove si è spesso ben lontani dal riconoscerlo. Sul piano sociale, d'altronde, la distinzione s'incentra ancora sulla tripartizione fra guerrieri, preti e contadini.

Il quinto periodo assiale è quello che emerge a partire dal secolo XVI°, con le rivoluzioni culturali (Rinascimento), religiose (Riforma), e politiche (con l'affermarsi della democrazie in Inghilterra, in America del Nord e in Francia). In particolare, va sottolineato che tale movimento s'accompagna all'ascesa della socializzazione e della secolarizzazione.

Di un sesto periodo assiale si può, infine, parlare per l'età contemporanea; e ciò, in quanto, anche trascurando l'idea di un fondamentale conflitto fra civiltà (alla S. Huntington), risulta evidente la sfida che, a vari livelli, è stata lanciata dall'Islam, in particolare nei riguardi dell'Occidente. Allora, ci si chiede: sono un'altra volta le forme religiose in opposizione che porteranno ad uno sconvolgimento nell'intero pianeta, oppure si riuscirà a convivere in un mondo di tolleranza e rispetto reciproci?
Secondo P. Puel, mentre si può ben parlare di confronto fra un ethos religioso ed un ethos secolare, si potrà pervenire ad una sintesi; ma ciò, nella misura in cui se ne dia una definizione la più ampia possibile. Allora, il nuovo periodo assiale potrà cristallizzarsi non in base ad alcuno shock di civiltà, bensì in un contesto in cui sia possibile che tutti, ed ognuno, abbiano degli spazi di realizzazione.
Quanto al ruolo del potere, alla posizione che, anche nella tradizione cristiana, affermava che tutto il potere viene da Dio, si contrapponeva - e s'impose nello stesso Medio Evo - quella della dottrina delle due spade. Nell'età moderna e contemporanea, in particolare tra la metà del secolo XIX° e l'inizio del secolo XX°, al cuore del confronto politico in molti paesi occidentali c'è stata la querelle sulla laicità. Oggi, però, osserva l'autore che, a fronte di un potere pubblico che appare fortemente trasformato in base al disincanto del mondo ed alla secolarizzazione della società, sembra propizio il momento per riflettere sulla «diversità delle percezioni della natura del potere» (p. 58). Occorrerà allora distinguere bene fra: potere sostanziale, potere totalitario, potere vuoto, potere come relazione, potere democratico.

Puel svolge in proposito un'analisi approfondita. Non potendone qui parlare specificamente, servirà precisare che l'autore sottolinea che, mentre il potere ha generalmente avuto un'origine religiosa, tuttavia, in Occidente, ci si è storicamente e gradualmente mossi (p. 73) «verso una cultura democratica, pensosa dei diritti umani, del rispetto delle differenze, e della difesa delle minoranze. [Cosicché] ... non soltanto a livello dello Stato, ma anche della società, ... nei processi educativi, ... ma più ancora nelle unità produttive, si è proceduto sulla strada del ruolo dell'etica».
Infine (si fa, ovviamente, per così dire), quanto alla rappresentazione di sé, P. Puel comincia col richiamare che, secondo la morale corrente, la societè moderna, e non solo in Occidente, è fortemente individualista. Tale stato del costume ha certamente cause economiche, ma è anche da collegarsi ad aspetti sociologici quali l'allungarsi della vita media, la densificazione urbana, l'evoluzione culturale, la crescente fragilitè dei legami familiari.
Certo, l'emergere del soggetto ha avuto aspetti negativi, ma ne ha avuti anche di positivi; e ciò a partire dalla stessa tradizione biblica ed evangelica. Tuttavia, va sottolineata la differenza derivante dal fatto che proprio Gesù e il Cristianesimo si sono riferiti all'individuo come persona; e ciò, indipendentemente da etnie, gruppi, ceti, giacché in particolare (p. 79) «il sacro si concentra sull'interiorità della persona e sulla coscienza di sé».
Da allora, attraverso tutta una serie di prese di posizione, positive ed anche negative, è maturala l'idea della singolarità di ciascuno, ma in relazione con ciascun altro, fino al rapporto con l'Altro. E ciò si è avuto a fronte delle tante utopie emancipatrici e libertarie, ma sostanzialmente portatrici di costrizioni dovute a mode, desideri, sbandamenti di vario genere.
Quanto detto sopra è risultato specificamente evidente e calzante in tema di rappresentazione del sé quanto al cosiddetto homo oeconomicus. In effetti, sia nella visione classica, sia in quella neoclassica dell'economia - pur nelle tante ed importanti differenze fra le due - l'agente economico è stato rappresentato come soggetto razionale, laddove (p. 86) «la razionalità è unicamente determinata dalla ricerca di una massimizzazione del proprio interesse [economico] a breve termine, essendo [questo] il prodotto del pensiero utilitaristico». Non essendo ciò legato ad un livello elevato di coscienza morale, «com'è stato possibile» - si chiede, a seguire, P. Puel - «che sia emerso al termine di un lungo e complesso cammino culturale e filosofico»?

Senza che sia possibile riprendere qui l'intensa trattazione dell'autore, la sottolineatura cui egli perviene è che si è trattato della caricatura di un lungo percorso che, nei tempi moderni e contemporanei, è partita dalla favola delle api di Mandeville, è transitata nella mano invisibile di Smith, è sfociata nello schema dell'equilibrio economico generale di Walras e dei tanti seguaci che, anche se validi sul piano tecnico, sono però stati, per così dire, colpevoli di quello che è stato chiamato l'imperialismo economico.
In effetti, l'idea dell'homo oeconomicus ha rappresentato un concetto fortemente limitante della teoria economica; e ciò, in particolare, in quanto si è del tutto trascurata l'ampiezza degli obiettivi e degli interessi umani, costringendoli a ridursi a quelli inclusi nell'esclusiva ed immediata massimizzazione dell'utilità o del profitto. In effetti, oltre alla giustizia commutativa, non possono mai trascurarsi né la giustizia distributiva, né la giustizia sociale. Ma di tali aspetti non c'è, né vi può essere traccia nell'impostazione economica prevalente, a meno che non si raccordi con l'etica, nonché - nella visione originale di P. Puel - con l'ethos.
In proposito, proprio secondo la Dottrina Sociale della Chiesa - da ultimo, nelle posizioni espresse dal Pontefice Benedetto XVI nell'Enciclica Caritas in veritate -, stante la complessità delle motivazioni umane, anche l'economia deve tenerne conto; e ciò, in particolare, non può non ottenersi con riferimento sia all'etica, sia anche all'ethos, di natura cristiana. Sostanzialmente - è la conclusione dell'autore (p. 97) - «La costruzione di un'etica dell'economia suppone l'esistenza di un ethos le cui trasformazioni hanno luogo in un ambiente complesso e dinamico. La libertà da conquistare, condizione necessaria di ogni etica, consiste in primo luogo nell'individuare cambiamenti contestuali d'ordine religioso, politico, antropologico... [Oggi, in particolare], la situazione di crisi sistemica nella quale ci troviamo invita ad una trasformazione dell'ethos che aiuti ad affrontare le sfide del tempo».
Nella Seconda Parte del saggio è pertanto contenuta un'analisi articolata ed approfondita della crisi economico-finanziaria che, ormai da quattro anni, travaglia anche l'insieme delle economie industrializzate, venendo a rappresentare una vera e propria spada di Damocle per l'intera economia mondiale. Intanto, P. Puel precisa che, anche per le economie contemporanee, le crisi sono di vario tipo e vanno da quelle della società internazionale a quelle che concernono solo talune economie o loro gruppi, a quelle che riguardano l'intera economia mondiale, mentre tutte e in vario grado coinvolgono l'etica dell'economia.

Nel merito, sintetizzando al massimo possibile l'ampia trattazione fatta, viene anzitutto argomentato che anche una crisi economica-finanziaria si svolge all'interno di un certo ethos, così che si presentano delle sfide da superare. In particolare, una crisi è definita come una struttura di discontinuità: nasce in un momento critico e influenza l'andamento di un processo.
Riprendendo molte idee dai contributi del grande economista austriaco J. Schumpeter, Puel precisa che ogni crisi s'inquadra in un certo andamento della tecnica e si evolve in quattro fasi: di espansione, di svolta, di recessione (o depressione), e di ripresa. D'altro canto, rifacendosi all'altro grande economista del secolo scorso, l'inglese J.M. Keynes, l'autore sottolinea che, nella modernità, occorre in prims distinguere fra crisi reali e crisi monetarie-finanziarie e, inoltre, fra crisi che interessano i paesi industrializzati e che sono crisi di sovrapproduzione o sottoconsumo, e crisi che interessano i paesi agricoli e che sono caratterizzate da sottoproduzione e da sottoconsumo.
È alla luce di tali coordinate che, in alcuni densi Capitoli, P. Puel analizza le crisi da più punti di vista: degli attori sul fronte reale, in particolare delle imprese; del peso della tecnica e delle tecnologie; del passaggio da un'economia reale (o naturale) ad una di tipo monetario; dell'ulteriore passaggio da un'economia monetaria (con il ruolo cruciale dei banchieri) ad una finanziaria (con il ruolo cruciale dei titoli finanziari e delle operazioni in Borsa di ogni tipo), com'è stato il caso negli ultimi decenni. Ça va sans dire che, per ognuno di questi punti di vista, l'autore si occupa dei problemi etici emersi.

In questa sede, non potendo certo intrattenermi sulle ampie ed approfondite analisi svolte dall'autore, servirà in particolare soffermarsi a volo di uccello sui seguenti tre-quattro punti. Quanto agli attori, è drastico il giudizio negativo, del tutto condivisibile, del passaggio recente dal ruolo cruciale dell'imprenditore a quello del finanziere (ovviamente, da intendersi nel senso dell'operatore, anche del banchiere, più spesso dello speculatore, in titoli finanziari in Borsa). D'altro canto, quanto alla figura similmente cruciale dell'altro attore, il lavoratore, ancora negativo è il giudizio dato sul fatto che si è stati, sempre più, in presenza di proletari, cui si sono sempre più contrapposti dei proprietari (in quanto, si noti, anche i finanzieri, di cui sopra, rilevano maggiormente come proprietari). Segue, in terzo luogo, che si è stati sempre più di fronte a quello che P. Puel (p.112) chiama «l'estensione dello sfruttamento della classe lavoratrice, essendo la dinamica del capitalismo intrinsecamente legata [oggi] proprio a tale fenomeno»; non solo, ma tale dinamica risulta rafforzata dall'intensificarsi delle novità scientifiche e tecnologiche, in particolare quanto a quelle delle Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione (in inglese, le ben note ICT). Allora, soprattutto in proposito, respingendo conclusioni alla Marx, la risposta - e non solo, certamente, per motivi socio-economici, ma nel contesto complessivo della risposta cristiana - non può che essere quella indicata dalla Dottrina Sociale della Chiesa. Inoltre, in quanto nelle stesse economie ricche si è passati da condizioni di opulenza a quelle di decrescenza, nonché a fronte di una forte polarizzazione nella distribuzione del reddito e della ricchezza, la conclusione di cui al punto precedente risulta essere vieppiù rafforzata.
Insomma, di fronte ad una crisi sistemica come quella avutasi negli anni 2007-09, cui è rimasta sempre accoppiata la minaccia di una crisi ecologica, la posizione di P. Puel è stata duplice. Bene si può dire di quanto fatto sul piano degli interventi di politica economica anticongiunturale, in particolare sul fronte della politica monetaria; meno bene di quanto attuato sul fronte strutturale e della crescita; ma, invece, insufficiente ed insoddisfacente è quanto è stato prospettato e, in parte, attuato, in tema di misure per l'occupazione e l'uguaglianza distributiva.

È allora che il discorso si sposta sul fronte delle scelte che si presentano, oggi come nel passato, al fine di procedere, sempre alla luce del messaggio evangelico, sulla strada di un maggiore impegno sul piano dell'occupazione e dell'uguaglianza distributiva.

Nella Terza Parte del saggio, riprendendo i punti già toccati nelle due Parti precedenti ed in particolare l'aspetto delle scelte cui affidarsi oggi, la prospettiva complessiva che P. Puel propone è sempre quella di un'economia al servizio dell'uomo, anzi, come ha scritto il Pontefice Paolo VI nell'Enciclica Populorum progressio (1967), occupandosi del tema al livello mondiale, di ogni uomo e di tutti gli uomini.

Sul piano generale, l'autore richiama che la situazione presente oggi è, nelle sue parole (p. 190), quella «di un'economia dominata dalle compagnie multinazionali e dalle crescenti disuguaglianze dei redditi». In tali condizioni, si è fatta strada il programma del neoliberalismo; ma, per l'autore, che in proposito svolge un'interessantissima analisi (pp. 190-97), trattasi di proposta insoddisfacente, nella misura in cui ripropone una visione individualistica dell'uomo e della società.
Come specificamente precisa (p. 197), «non si tratta solo di accettare un'economia di mercato e di rifiutare una società di mercato, per citare [il leader socialista francese] Lionel Jospin. [In effetti], i limiti del mercato dipendono [anche] dal ruolo [scarso] riconosciuto alla famiglia ed ai servizi pubblici, che l'economia rileverebbe dallo Stato. Il mercato è anche un'istituzione la cui regolamentazione è compito dello Stato, quanto meno a titolo di sorveglianza sul funzionamento delle professioni e dei Sindacati [di lavoratori e di imprese], ... [anche] quanto ai sistemi bancario e finanziario. Per tutti questi aspetti, le poste etiche in gioco sono elevate, andando, da una parte, dalla corruzione alla complice astensione e, dall'altra, dalla neutralità ad un interventismo dimentico del bene comune».
Non solo; ma, poco dopo (pp. 198-202), P. Puel - riprendendo le posizioni che, addirittura negli anni '50-'60 del secolo scorso, erano state sostenute in Francia dal Commissario al Piano Pierre Massé - tratta il tema cruciale, che personalmente ritengo di estrema rilevanza per gli interventi di politica economica ancora oggi, dei rapporti, che devono trovare un giusto equilibrio, fra l'occupazione e la produttività.
Non potendomi qui occupare di tale fondamentale aspetto, come pure vorrei, tanto che solleciterei in proposito un adeguato dibattito nel prossimo futuro, e rifacendomi ancora direttamente ai termini usati dall'autore (p. 199), «[Mentre l'andamento della produttività] risulta dagli investimenti di modernizzazione che puntano ad indirizzare il surplus dell'economia, la loro attuazione potrà però essere più o meno favorevole all'occupazione».
In effetti, come spesso succede (anche) nella politica economica, si è in presenza di un rilevante dilemma che non potrà essere risolto se non calibrando - come lo stesso autore aggiunge - la macroeconomia e l'etica, i costi e i redditi, così che, ancora nelle sue parole, sia possibile «affrontare realisticamente un problema sempre centrale dell'economia politica, quello della distribuzione e della redistribuzione [del reddito e della ricchezza]».
Come si comprende, molti altri aspetti cruciali in tema di rapporti fra economia, ethos ed etica risultano validamente trattati, sempre alla luce dell'apporto della tradizione sociale cristiana, nella Terza Parte del saggio di P. Puel. In particolare, da ultimo (si fa per dire), richiamo solo un aspetto che, solitamente, non fa parte delle analisi di economia politica generale, essendo trattato nelle discipline specialistiche rientranti nell'ambito dell'economia applicata, mentre dovrebbe ricevere maggiorepdf attenzione: l'analisi dell'economia dello spazio ed in particolare dell'economia urbana (e ciò, nei suoi tanti, rilevanti aspetti, che vanno dagli insediamenti tradizionali alle migrazioni, oggi, si noti, così rilevanti anche sul fronte delle migrazioni internazionali).

In definitiva, trattasi veramente di un lavoro d'ingegno, peraltro chiaro quanto ampio ed approfondito. Credo vada proprio la pena leggerlo, riflettersi su, dibatterne quanto alle tante analisi e proposte contenute, pena che per chi come me è anglofono, oltre che anglofilo, non è stata di poco conto; ma che credo mi abbia dato un altissimo rendimento.

 

 

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