Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdf“Secolarizzazione” e “democratizza-zione” sono due concetti e due termini che non sono “nati” in ambito economico; e ciò perché, almeno com’è nella mia personale visione, l’economia è una disciplina strumentale. Essa – come già il grande J. M. Keynes (1936) sosteneva con vigore – non si occupa di “civiltà”, bensì di predisporre i mezzi perché sia resa possibile la “civiltà”.

Personalmente, ho aggiunto in proposito che, in economia, non si possono che fare discorsi incompleti, pena la circolarità dei ragionamenti, e che tali discorsi vanno completati al di fuori dell’economia stessa. Ciò, tramite il riferimento all’etica oppure ad altri aspetti, a mio avviso, meno gratificanti (ad es. com’è impostazione marxista, la “lotta di classe”); ma non solo. Deve anche trattarsi di un’etica che – per così dire – “completi” veramente il discorso economico, quindi sia un’etica che faccia riferimento a valori oggettivi o universali, come nel caso della Dottrina sociale cristiana, ed in particolare di quella cattolica; in quanto, già l’economia contiene in sé valori soggettivi o particolari.

Segue che sia gli aspetti della “secolarizzazione” sia quelli della “demo-cratizzazione” rivengano all’economia dall’etica, e più in generale dalla filosofia, naturalmente tali che siano in grado di “completare” il discorso economico nel senso sopra richiamato. D’altro canto, nell’ambito di un’etica rivelazionistica come quella cristiana, ed in particolare quella cattolica, penso che “entri in azione” anche la teologia morale. Tuttavia, a me qui compete – ratione materiae, essendo io un economista– dire di quegli

aspetti specifici che possano essere “aggiunti” in base al punto di vista economico.

Allora, procedendo “con ordine”, in tema di secolarizzazione, si è trattato di quel processo sociale con il quale si è affermata nelle società occidentali la perdita di rilevanza della religione. Ciò è avuto luogo, ancorché in presenza di “alti” e “bassi”, a partire dall’uscita dal Medio Evo e dall’ingresso nella cosiddetta modernità, nel periodo che va dal Rinascimento italiano (sec. XV e XVI), alla rivoluzione scientifica (sec. XVII) all’Illuminismo (sec. XVIII).

In realtà, si sono “sovrapposti” due processi: da un lato, la differenziazione e l’autonomizzazione di vari ambiti nella vita sociale, in particolare quanto alla separazione Stato-Chiesa e tra l’istruzione e l’autorità ecclesiastica; dall’altro, quanto all’inde-bolimento dei contenuti religiosi nelle arti, in letteratura, in filosofia e, soprattutto, con il graduale affermarsi della scienza come prospettiva autonoma.

Certo, storicamente, la secola-rizzazione si è presentata in forme diverse, in particolare ta l’Europa del Nord, dove si è avuto il dominio della Riforma protestante, e quella del Sud, dove quello della Chiesa cattolica ha continuato a dominare, anzi si è accentuato con la cosiddetta Controriforma. Si noti, in particolare, che da allora si è avuta una certa “sovrapposizione” tra secolarizzazione, o meglio “secolarismo”, e laicità o, meglio, “laicismo”.

Il distacco della cultura dal dominio delle istituzioni e dei simboli religiosi ha avuto il suo “apice” nell’Illuminismo, dopo di che – lungo l’intero sec. XIX – si è assistito alla forte contrapposizione tra il proseguire, in vari ambiti, dello spirito laicista ed il risorgere di posizioni spiritualiste di vario genere, incluso lo spiritualismo cattolico. Questo si è poi fortemente sviluppato nel sec. XX e si è mosso “di pari passo” con l’affermarsi della Dottrina sociale cattolica (dalla fine di quel secolo con papa Leone XIII, ed in particolare con l’Enciclica Rerum novarum, 1891, in poi).

Si noti peraltro che lo stesso termine di “secolarizzazione” si è affermato tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento, finendo via via con l’assumere connotazioni ideologiche e valutative, che ancora per-mangono.

Tuttavia, le tendenze più recenti si sono manifestate con l’affermarsi della cosiddetta analisi multidimensionale, secondo la quale occorre procedere con profili storici diversi, aventi andamenti ciclici, caratterizzati da “fasi” di desecolarizzazione e di rise-colarizzazione.

In particolare, la ricostruzione e l’analisi separata delle serie storiche di dati consentono non solo di cogliere le grandi differenze tra i diversi paesi, ma anche di mostrare i rapporti complessi e non deterministici che si sono instaurati fra industrializzazione ed urbanizzazione, da un lato, e religione, dall’altro.

Con democratizzazione s’intende il processo con cui, sia culturalmente sia praticamente, si passa, in una certa realtà - un paese oppure un gruppo di paesi - in una certa area del mondo, da una situazione di mancanza di democrazia ad una in cui si affermano e si praticano le libertà democratiche.

Pertanto, occorre in primis, parlare di democrazia come concetto e realtà statiche a democratizzazione come concetto e realtà dinamiche.
Allora, cominciando dalla democrazie e, ovviamente, potendo qui muovermi per summa capita, richiamerò che la democrazia – come “governo o potere - cratos - del popolo - demos -” – è effettivamente “nata” nell’Atene classica del V secolo a.C. con Pericle che, schieratosi a favore delle cariche pubbliche remunerate, aprì di fatto il potere ai ceti meno abbienti. Anche nella Roma antica repubblicana, la democrazia fu “di casa”, così come lo fu – a seguito del messaggio rivoluzionario ed ugualitario del Vangelo – nel Medio Evo cristiano, a seguito dell’affermarsi sia dell’assemblearismo dei Comuni sia delle prime teorie contrattualistiche. Su tutti i pensatori di allora, si staglia Marsilio da Padova (1275-1343), autore dell’influente Trattato Defensor pacis, in cui attribuisce l’origine del potere sia civile che ecclesiastico al popolo (si noti, a tutto il popolo), e teorizza i concetti di sovranità vuoi popolare vuoi corporativa, da intendersi nel senso di “rappresentanza”, concetti da applicarsi alla vita sia dello Stato che della Chiesa.

Nell’età moderna, che inizia con il consolidarsi dei grandi Stati Nazionali (si noti, purtroppo, non in Italia), la “preferenza” per la democrazia stenta ad affermarsi, anzi – tranne nel caso del pensiero di Locke (1632-1704) – lo farà solo alle fine del sec. XVIII, vuoi negli USA dei federalisti e della Costituzione del 1787, vuoi nell’Europa degli Illuministi e degli utilitaristi (in particolare del Bentham, 1789), fino allo spartiacque rappresentato dalla Rivoluzione francese e da Napoleone Bonaparte. Da allora, certamente con forti “alti” e bassi”, la democrazia si è affermata e radicata in Europa, fino ai diversi “approcci”, tuttora “in corso”, all’unità europea.

Come ha argomentato il grande politologo G. Sartori (1992), la prosperità contemporanea «non ha lasciato inalterata la mentalità degli individui, ma li ha portati a concepire la democrazia come l’ammi-nistrazione del benessere. Ci si domanda dunque: in che misura questa trasformazione dell’esigenza democratica rischia di pre-giudicare il funzionamento delle istituzioni politiche della democrazia? E’ questo il problema del nostro tempo, cui tuttavia sarebbe presunzione rispondere con delle semplici ipotesi. … [In realtà] l’accoppiata democrazia-mercato è ottimizzante; non è ancora dimostrato, a rigore, che sia obbligata e obbligante».

Quale che sia la risposta da dare all’importante domanda, oggi non può non essere questo tipo di democrazia che si ha in mente allorché si parla di democratizzazione. In effetti, è in questo modo che i processi di democratizzazione hanno caratterizzato la vita politica del secondo dopo-Guerra in sempre più paesi, ed in particolare dai tanti ex-colonie, diventati indipendenti con i processi di de-colonizzazione, a quelli dell’ex URSS e dell’Europa Orientale, diventati liberi dopo il crollo del comunismo.

In entrambi i gruppi di paesi, soprattutto dagli anni ’90 del secolo scorso in poi, si è stati in presenza di enormi cambiamenti in senso democratico. Perfino negli ultimi anni – in particolare quelli della “crisi” del triennio 2007-09 – nonostante tante difficoltà, la democrazia “ha resistito”, anche se instabilità, tensioni, e addirittura guerre locali, o regionali, non sono mancate.pdf

In ogni caso, ripeto, è a partire da quelle esperienze che, a mio avviso, il processo di democratizzazione si potrà diffondere nell’intera comunità mondiale, in un rinnovato impegno per la pace, la solidarietà e la democrazia da parte di tutti.

 

 

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