Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

Nel corso della storia recente, e dai più disparati punti di vista, sono state date molte definizioni dell’aggressività umana. Una definizione, anche solo descrittiva, influenza il modo di affrontare il fenomeno come tema di riflessione, e conseguentemente influenzerà anche l’eventuale azione conseguente.

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Ai nostri fini – la presentazione di questo quaderno di OIKONOMIA – possiamo limitarci di considerare l’aggressività un atteggiamento o comportamento intenzionalmente dannoso/nocivo per gli altri. Così definita, si vede immediatamente che possiamo avere aggressività tese all’autodifesa, e normalmente accettate socialmente, ed altre finalizzate all’estensione del nostro benessere o potere. Quest’ultime non sono generalmente accettate con eguale frequenza.

L’opposto dell’aggressività negativa è la mitezza, o meglio la benevolenza interiore che diventa beneficienza, nel senso della pro-socialità. Mentre l’equivalente della aggressività positiva è la virtù umana del coraggio. Il suo opposto è la codardia, il timore, la pusillanimità.

L’origine stessa dell’aggressività umana è molto discussa. Da sempre. Forse per il motivo che attraverso una sua scelta si determina anche la definizione di aggressività. Si può vedere un elenco delle moderne posizioni in Wikipedia: “Aggression”, in de.wikipedia.org, dove le risposte sono utilmente classificate secondo le diverse scienze che la prendono in considerazione.

Ma anche dall’esperienza personale possiamo trarre notizie utili. Sia a livello della aggressività individuale che sperimentiamo quotidianamente nelle nostre città sotto forma di microcriminalità, che nelle relazioni giornalistiche delle numerose guerre tuttora in corso nelle più disparate parti del mondo.

La pace, la tranquillità nell’ordine, è lo scopo primo di quell’embrione di governo mondiale che è l’ONU, e la pace è anche lo scopo di tutti i governi che vogliono proteggere il benessere delle proprie nazioni e le proprie economie. O meglio: normalmente gli operatori economici sono per la pace, in quanto senza di essa l’economia e il commercio non funzionano bene. A meno che non si tratti di commercio di armi che evidentemente trae profitto delle situazioni di conflitto aperto. Si veda per avere un’idea quantitativa della produzione e commercio di armi il SIPRI Yearbook 2015, o anche il sito sipri.org dell’Istituto svedese di ricerche sulla pace.

Anche nella ideazione e costruzione di questo quaderno dedicato all’aggressività umana individuale o collettiva ci siamo resi conto di quanto sia complesso il tema. Forse perché è una delle caratteristiche di base dell’esperienza umana e della stessa vita umana.

Seguiamo questo tema da decenni nell’insegnamento universitario. Personalmente riteniamo che la base dell’aggressività umana sia istintuale, nel senso presentato da Konrad Lorenz e del suo discepolo Iräneus Eibl-Eibesfeldt. Cioè una spinta biologicamente ancorata per la sopravvivenza individuale e del gruppo. Ma tale istintualità non è da comprendersi come una forza determinata o indeterminabile. Al contrario: essa è solo la capacità ad apprendere i comportamenti corrispondenti. Un po’ come la capacità ad apprendere una lingua madre.

Scrive Eibl-Eibesfeldt in “Etologia Umana” (originale tedesco 1984): “Gli etologi usano il concetto di ‘innato’ come sinonimo di ‘adattato filogeneticamente’, e tale concetto si riferisce sempre a un adattamento specifico e dimostrabile”. “Ancora una volta bisogna sottolineare che non esiste una prospettiva ‘innatista’ estrema e monodimensionale, che non prenda in considerazione l’importanza del contributo dato dall’apprendimento”.

É estremamente duttile, ed è soprattutto attivo e ‘ragionevole’ nei contatti diretti tra poche persone, mentre nei grandi gruppi può prendere forme distruttive ed in definitiva contrarie alla sua finalità di difesa e sopravvivenza. Questo è il motivo per il quale la crescita della popolazione mondiale e la urbanizzazione hanno fatto incrementare l’aggressività, sia mini che maxi.

È quindi pressante rendersi conto della sua pericolosità, non minore, su altri piani, di quella del riscaldamento globale o dell’inquinamento atmosferico.

Recentemente abbiamo a disposizione anche interessanti strumenti che, sulla scia degli indici economici, cercano di misurare la violenza e la pace. Si veda ad es. il Global Peace Index 2015 - Measuring Peace, Its Causes and its Economic Value , scaricabile dal sito de Institute for Economics & Peace, economicsandpeace.org. Sullostessositosono a disposizionediversiindiciattinentiall’aggressività, come il Positive Peace Report 2015 – Conceptualising and Measuring the Attitudes, Institution and Structures that Build a More Peaceful Society. I metodi di misurazione dipendono evidentemente dagli indicatori che vengono presi in considerazione per i rilevamenti, ma al di là di ogni critica i risultati si rivelano utili almeno per un primo orientamento globale. Non va neppure dimenticato che a tali indici collabora la Economist Intelligence Unity e la sua collocazione presso il celebre settimanale londinese.

Il nostro docente di Relazioni Internazionali, Luigi Troiani, ce ne presenta un quadro di estrema concretezza e realismo. Quasi si può dire che il tema aggressività si identifica con la sua disciplina stessa, in quanto le relazioni tra stati pendolano sempre sul quadrante di guerra o pace. Di quanto sia complesso questo campo ci si può rendere conto confrontando la storia sia dei 14 punti del Presidente Wilson (gennaio 1918) che dell’appello contro la inutile strage (agosto 1917) di Benedetto XVI.

Sulle reazioni a quest’ultimo da parte dei diversi stati (compreso quello di Wilson) si veda J.F. Pollard, Il papa sconosciuto: Benedetto XV (1914-1922) e la ricerca della pace (2001).

Segue un contributo di Girolamo Rossi sul ruolo anche simbolico dell’aggressività nel gioco politico. Esperto del settore specifico, simbologia nella storia dei partiti politici, il suo contributo rafforza la nostra conoscenza dei meccanismi dell’aggressività collettiva. Cosa si muove in una piazza piena, durante un corteo di protesta, nel profondo dell’animo dei presenti?

Anche lo psicologo Daniele Fedeli, ci propone uno spaccato realistico della nostra esperienza quotidiana: il mobbing scolastico, o bullismo. La scuola, luogo per eccellenza della formazione del cittadino di domani, è estremamente importante per vedere gli orientamenti già presenti nei giovani alunni e per impostare programmi pedagogici che influenzino positivamente la loro futura socialità.

Negli ultimi quindici anni – dimostra Fedeli - è aumentata in maniera significativa l’attenzione ai comportamenti aggressivi in età evolutiva e soprattutto in ambito scolastico: a tal proposito, si è parlato di vera e propria ‘emergenza bullismo’, che starebbe attualmente trasferendosi anche nel cyberspazio. Al di là dei dati epidemiologici, che non sempre confermano queste impostazioni allarmistiche, il presente articolo analizza tre importanti cambiamenti di prospettiva nello studio delle condotte aggressive in età evolutiva, con specifica attenzione anche alle ricadute in ambito educativo.

Il neurologo Simone Pomati, che dirige un’unità operativa sulle demenze a Milano, presenta invece la base fisica, cerebrale, dell’aggressività, con i suoi movimenti fisiologici. La loro interpretazione è basata sul senso antropologico che si da ad essi, al loro possibile finalismo globale all’interno della vita umana.

Passando poi agli aspetti più storici abbiamo il contributo di Jean Jacques Pérennès, che da decenni vive ed opera nel Mondo Arabo, dall’Algeria all’Egitto. Egli è stato il compagno per anni del vescovo domenicano Pierre Claverie assassinato in Orano nel 1996. Il punto centrale della sua esposizione di analisi storica consiste nell’individuare la responsabilità dei paesi occidentali nella divisione arbitraria dei territori dell’Impero Ottomano dopo la prima guerra mondiale. Inoltre la loro responsabilità si estende anche al fatto di aver appoggiato per decenni dittature in diversi paesi medio orientali per mantenere tali divisioni. Improprie in quanto mai accettate dai gruppi umani residenti.

Adraa Raffo, è una suora domenicana irachena che fa parte di queste popolazioni martoriate a diverso titolo nel Medio Oriente. Ha studiato alcuni anni a Roma presso la Facoltà di Scienze Sociali dell’Angelicum ed è ritornata a lavorare nel campo dell’educazione nel suo paese. Il contributo si presenta linguisticamente come un discorso semplice, ma solo perché è stato scritto da lei (di lingua araba) direttamente in italiano. Esso è però sommamente significativo per comprendere come pensa un’intellettuale del Medio Oriente: vediamo quanto peso abbia la tradizione, frutto di civiltà antiche e recenti, di fronte al piglio innovativo del mondo occidentale. Vi si scopre anche la sofferenza di un popolo che da sempre ha sopportato guerre e drammi continui e massicci. Prima sotto i turchi, poi l’imperialismo occidentale (il petrolio…), ed ora non si sa più bene di chi. Questo contributo conferma ‘dal basso’ quanto analizzato da Pérennés.

Il contributo di Geraldine Smyth, anch’essa suora domenicana, sulla Riconciliazione in Nord Irlanda è invece il racconto di un contributo ad una terapia dal basso dell’aggressione tra gruppi umani. Può sembrare una piccola cosa, non viabile per grandi masse, ma se vogliamo rispettare la responsabilità individuale dei nostri comportamenti, è dai cuori, dalle menti, dalle situazioni esistenziali dei singoli individui che dobbiamo cominciare. Possiamo chiedere ai governi di ridurre la produzione e il commercio di armi, ma se le rispettive popolazioni non sono disposte, individualmente, ad accettare le penalizzazioni che ciò comporta per il proprio stile di vita, come calcolare fin dove i governanti possono spingersi mantenendo la legittimazione democratica?

Il testo è una parte del contributo di Geraldine Smith al volume PreachingJustice II, dedicato all’opera delle suore domenicane nel campo sociale nel XX secolo, e che apparirà in primavera presso Dominican Publications di Dublino.

La Pagina Classica è una ripresa molto breve del pensiero di Gaston Bouthoul, il propositore nella seconda metà del XX secolo della Polemologia, a suo tempo molto nota e discussa soprattutto nel mondo francofono. Nel mondo anglofono si denominano simili studi piuttosto come Peace and Conflict Studies. Autore brillante, la sua tesi di fondo, semplificando, è che i giovani di un popolo generano guerre e che queste con la loro morte contribuiscono a riequilibrare le relazioni interne ed internazionali. Lo chiama “Infanticidio differito”. Se la sua ipotesi fosse totalmente vera, noi europei, con la popolazione sempre più vecchia, possiamo aspettarci un futuro di relativa pace. A meno che i popoli giovani del Terzo Mondo non decidano di verificare la ‘legge Bouthoul’. Oppure che Putin decida di smentirla, nonostante l’età media della popolazione russa.

Ci si può chiedere dell’influenza delle religioni all’interno dell’agone ove si combattono guerra e pace. Si possono in proposito elaborare teorie e racconti storici complessi, ma non si dimentichi che le stesse comunità religiose sono piene di aggressività. Divisioni, eresie, scomuniche, guerre sante e persecuzioni vi sono all’ordine del giorno. Oltre che predicare la pace, le religioni dovrebbero dare l’esempio di comunità pacifiche, anche se non sempre concordi. Si può essere di opinioni e camminare su strade diverse, senza aggredirsi né verbalmente né fisicamente.

Resta però intatto il ruolo delle religioni per la pace. Le religioni generalmente si muovono a livello dei fini ultimi della vita umana, del suo senso ultimo ed ascondito. Il perseguire a questo livello la pace è una componente essenziale anche all’interno di una società secolarizzata, ma questa forma sociale è tendenzialmente disgregante, sebbene si ammanti di liberalismo democratico. Se solo la tolleranza totale è il terreno comune, sarà molto difficile che una società trovi degli ideali comuni, sui quali costruire un futuro pacifico. Da qui il ruolo sociale altamente positivo per le religioni anche nelle società contemporanee che si vogliono ‘laiche’.pdf

La recensione del libro di Roberto Mancini indica un possibile percorso pacificatore che parte dall’interno della comunità cristiana. Un discorso che cerca un passaggio tra l’analisi della situazione sociale del cristianesimo ed una modalità di contributo alla pace globale. Sarebbe interessante se Mancini, sulla stessa linea di pensiero, potesse esaminare anche le conseguenze strutturali per la comunità cristiana che adottasse tutte le sue categorie di misericordia: quale sarebbe l’impatto sulla identità cristiana e sulla consistenza sociale di tali attitudini? Una comunità grande come sono le grandi chiese hanno le stesse caratteristiche sociali di piccole comunità indipendenti, come per esempio le chiese libere all’interno del protestantesimo?

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