Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdf“Evviva Santarosa” non è un errore grammaticale da sottolineatura blu. É la trascrizione fonetica, in schietto dialetto viterbese, di un’esclamazione locale che si usa pronunciare “a Santarosa”, appunto, cioè nel giorno (tre settembre) della festa viterbese per eccellenza (oltre che in altre occasioni con vari e diversi significati locali). Perché un titolo in dialetto? Perchè gli antropologi prediligono le espressioni locali (ma anche globali), più espressive, dense e ricche del linguaggio ordinario. Evviva Santarosa esprime la “viterbesità”: confonde la santa ed il modo locale di nominarla, la santa e la città, in un’unica intensa esclamazione rituale, che dà corpo a questa unione. Etnografia, invece, è una parola del lessico antropologico: indica un particolare metodo di ricerca ed i prodotti stessi di questa ricerca (un libro, un video, una serie di saggi). Con questo secondo significato l’ho usata come sottotitolo; uso d’obbligo, peraltro, perché dal locale ci siamo spostati al globale: si tratta infatti di una etnografia dedicata ad un patrimonio immateriale dell’Umanità (Intangible Cultural Heritage Unesco, 2013).
Anche qui c’è molto da dire: perché questa festa locale è stata riconosciuta patrimonio globale (dell’umanità)? E, più in particolare, perché è un patrimonio immateriale se riguarda, come vedremo, il trasporto della grande macchina a spalla processionale di santa Rosa? E per chi non lo sapesse, che cos’è la “Macchina di Santa Rosa”? É un oggetto? Un monumento? Un’automobile, come crede qualcuno? E perché mai una cosa che pesa 5 tonnellate, è alta trenta metri, costruita artigianalmente con materiali diversi (ferro, alluminio, legno, polistirolo, oltre ad un apparato luminoso elettrico ed a fiamma viva) sarebbe un patrimonio immateriale?

Per cominciare a dare risposta a queste non banali questioni, diciamo che certamente non è la “macchina” ad essere riconosciuta come patrimonio: è invece il suo processo creativo e costruttivo e – soprattutto – il suo straordinario trasporto per le vie di Viterbo; effettuato “a spalla” da cento facchini biancovestiti, ogni tre settembre, alle nove di sera. Dura due ore, copre 1200 metri di percorso, si snoda per vie e piazze cittadine, lunghe discese e strettoie da brivido, dove la Macchina ci cape e non cape, come si dice a Viterbo, fino ad una ripida salita finale che conduce al sagrato della chiesa di Santarosa, dove la Macchina (con la maiuscola) bisogna tirarla (con corde) dal davanti, e spingerla (e sollevarla) con leve, da dietro, per farle superare, di corsa, quegli ultimi terribili 90 metri. Tutto al buio, in una città gremita di gente all’inverosimile, stipata in spazi ridotti, da antica città medievale, conservata intatta nel centro storico, come le sue mura.
Immateriale è quindi il complesso culturale di saperi e tecniche costruttive, ideative e tecnico-organizzative di trasporto, necessarie per garantire la ripetizione rituale dell’evento ogni anno. Un evento effimero e intenso che si consuma, per chi assiste, nel breve “passaggio” della Macchina davanti ai suoi occhi; un flash che dura un attimo e che sparisce ben presto nell’oscurità.
Se questa risposta spiega (almeno in parte) l’immaterialità, non spiega ancora la patrimonialità. Perché mai questo spettacolare trasporto dovrebbe essere riconosciuto (insieme ad altri; dai Gigli di Nola ai Candelieri di Sassari alla Varia di Palmi) come patrimonio dell’umanità? Perchè è spettacolare? Forse. Perché vanta una tradizione plurisecolare? Anche. Perché è un atto di fede e devozione, propria dei viterbesi? Certamente. Ma questo non basta per farne un patrimonio dell’Umanità. Per arrivare a questa

più impegnativa risposta occorre, paradossalmente, passare per le storie e le descrizioni locali di quest’evento civico-religioso; raccontare dall’interno, per il tramite dell'etnografo, cosa vivono, sentono, vedono e fanno i viterbesi quella sera del tre. A questo impegno sono stato chiamato a dare il mio contributo di antropologo dal Comune di Viterbo e dalla Rete delle grandi macchine a spalla italiane, nel settembre 2010. Non si trattava certo di “certificare” il valore patrimoniale di un evento che è proprietà esclusiva della comunità viterbese, ma semmai di sostenere, scientificamente, la richiesta viterbese di iscrivere il trasporto nella lista rappresentativa dell’Unesco dei patrimoni immateriali dell’umanità. Come? Attraverso un lavoro etnografico, umile ma anche complesso e impegnativo: inventariare (o catalogare, come si dice tecnicamente) la festa di Santarosa e lo straordinario trasporto processionale della sua Macchina. I suoi riti, miti, valori, saperi, tecniche; l’immaginario e la devozione, le motivazioni dette e segrete, le passioni, le lotte, i conflitti che si ricompongono, miracolosamente, quella sera per dar vita all’evento sociale totale viterbese.
Nel settembre del 2010 sono quindi andato a Viterbo per raccogliere il materiale documentario necessario per sostenere la candidatura della grande festa civica viterbese. Ho raccolto soprattutto le interpretazioni locali di questo singolare trasporto: storie di storie, visioni di visioni, come dice Clifford Geertz che, attraverso la viva voce dei protagonisti locali, raccontano come si rinnova ogni anno, a Viterbo – senza mai riuscire a esaurirla – la meraviglia e la visionarietà di un evento che appartiene ormai al mondo globale contemporaneo.
L’etnografia cerca di rendere dicibili esperienze indicibili: come e perché l’immane lavoro fisico di spostare la materia nello spazio diventi mito e commento – non solo e non tanto di un’identità locale e di una devozione popolare – ma del sentimento stesso dell’appartenenza sociale; del vincolo profondo che ci unisce malgrado ogni separazione e che

costituisce il segreto, o se volete la hidden transcript, del trasporto della grande macchina a spalla viterbese.
Peso, forza, devozione e tradizione, sentimento della località e dell’identità civica sono quindi le topiche antropologiche riportate nel testo, raccontate però dalla voce dei viterbesi, con una forza evocativa ed espressiva che l’antropologo non ha ma che tuttavia riesce a cogliere ed a trasmettere nell’esperienza vissuta dell’evento.
Un esempio può dare concretezza a queste fin troppo astratte affermazioni. Ho assistito, in mezzo agli addetti ai lavori, al rito delle prove di portata, i “tre giri” di 90 metri che i facchini – vecchi e nuovi – ogni anno debbono compiere trasportando una cassetta di 150 chili sulle spalle, per essere confermati nel loro prestigioso ed oneroso ruolo. Quanto forza occorre per trasportare quei 150 chili? E che cos’è la forza? Come si seleziona, come si costruisce, si trasmette, si disciplina, al di là della “struttura fisica” richiesta, necessaria, ma mai sufficiente?
Durante le prove ho sentito tre facchini anziani incitare il proprio nipote, alla sua prima esperienza iniziatica, con queste parole che trasmettono tutto il senso dell’interpretazione locale della forza, del peso e dell’ethos stesso del trasporto.
Non pesa!” ha esordito con ruvida, brusca asserzione il primo dei tre facchini, riferendosi alla cassetta da 150 chili che aspetta, quieta e immobile, sui suoi sostegni, ogni partecipante alla prova – “Pesa come uno spicchio di mela, capito?”.
-“Tu sei più forte di lei!” ha aggiunto perentoriamente un altro e l’ultimo, con consumata lucidità ha concluso: “Ricordati che sei tu che porti lei, non lei che porta te”. Quest’irreale “dialogo con la cassetta” non è solo un’aneddotica folkloristica ‘da facchini’; è una costruzione culturale della forza fisica in azione.

Se l’espressività non può annullare la schiacciante pesantezza della cassetta può però emancipare l’iniziato dalla solitudine della sua prova gravosa, dallo stupore annichilente della pesantezza, dal pericolo incombente della “perdita della presenza” (per citare Ernesto De Martino) di fronte ad un “avversario” potente ed incognito. Ed il giovane – accompagnato da questi sostegni non meramente psicologici – ha compiuto i suoi tre giri di prova, con passo incerto, ma senza fermarsi. Non senza l’aiuto, più concreto, di “prove fatte in casa” con cassette auto-costruite, come argutamente commentava un mitico ex capo-facchino: “Adesso ci so’ più cassette che facchini a Viterbo, eh?”. Ma anche quest’ astuzia (o saggezza) popolare rientra nella domesticazione del peso e del trasporto; un’opera collettiva ed organizzata, frutto di un sapere antico, trasmesso socialmente. É anzi la prova più autentica che non smentisce, ma semmai “spiega”, la teoria di una forza costruita culturalmente, attraverso ausili simbolico-espressivi o strumentali-organizzativi, come la minuta e sapiente disposizione dei facchini “sotto la macchina”.
Quest’esempio, per quanto minimo ed interstiziale, può dare senso e significato alla formulazione, altrimenti vuota e teorica, di “comunità patrimoniale” o “comunità interpretante”, come l’Unesco chiama le città ed i gruppi civici che danno vita alle feste delle grandi macchine a spalla. Sono loro, i viterbesi, che costruiscono interamente il trasporto ed il suo ethos di festa civica per eccellenza; a partire dalla stessa interpretazione del trasporto come impresa impossibile che solo la fede e la devozione rendono possibile “quella sera” strana e speciale, attesa per tutto l’anno. Sono le loro voci, le loro testimonianze che hanno reso patrimonio una tradizione locale di eccellenza civica, gelosamente custodita da sette secoli. E tuttavia, queste voci da sole non sarebbero mai diventate una compiuta riflessione interpretativa dell’evento.

Occorre una mediazione etnografica per tradurre un fatto locale in evento globale e, per converso, trovare il globale nel locale. Quest’esercizio ermeneutico è precisamente il lavoro dell’antropologo; in questo caso un antropologo simpatetico, viterbese d’adozione fino ai miei primi vent’anni.
La mia vicenda umana (la mia infanzia ed adolescenza a Viterbo) e quella professionale, di antropologo, si sono incontrate quel settembre del 2010 “davanti” e “sotto” la Macchina di Santarosa. Come “antropologo Unesco” (come con semplicità mi hanno individuato i viterbesi) ho ricevuto l’onore di camminare (all’indietro) davanti alla Macchina che avanza, sostenuto da due fidi ‘angeli custodi’, per tutto il tragitto; un onore riservato in genere agli “addetti ai lavori” (progettista, costruttore, amministratori locali) o ai vip, ai politici, alle autorità più prestigiose. Tutti concordano nel definire quell’esperienza come uno stato alterato di coscienza che si vive e si prova solo in quell’occasione. Perché da quel particolare punto di vista puoi cogliere il segreto del trasporto: che non è solo sacrificio, devozione, fede, espiazione, emozione straordinaria, ma anche conflitto, passione, impegno civico, ragione e forza, tutte condensate nel lavoro collettivo, metafora dell’unità del vivere sociale che quella sera vedi come in vitro, in dettaglio, sebbene in stato quasi confusionale. Grazie a questo privilegio speciale ho potuto cogliere – o almeno così ho creduto – qualcosa del significato segreto che i viterbesi danno a questo straordinario trasporto che – anche etimologicamente – è metafora di lavoro fisico e spirituale, moto dell’animo, vissuto e condiviso. Il trasporto viterbese, “quella sera”, trasforma il passaggio luminoso di una Macchina nella Santa stessa che torna a visitare la sua città ed il suo popolo. Accolta infatti da migliaia di flash di telefonini che cercano di “fermarne” l’apparizione per conservarla gelosamente, come in un portafoglio elettronico, fino al prossimo anno o inviarla a parenti ed amici lontani, come un tempo si faceva con i santini.

Quest’interpretazione nascosta del trasporto è anche, al tempo stesso, una risposta alla domanda del perché quella Macchina che avanza nel buio di una città stretta intorno a lei come in un abbraccio, sia divenuta un patrimonio vivente, pdfun tesoro dell’umanità. Te lo rivela l’attesa lunghissima, spossante, che dura un anno e si ripete di anno in anno; è precisamente quell’attesa a costruire il miracoloso ed il meraviglioso viterbese, frutto di un dispositivo culturale sapiente che mescola genialmente ingredienti sociali, tecnici, umani, spirituali, religiosi, in una performance capace di ri-produrre – attraverso la fede – il sacro che sempre meno avvertiamo concretamente nella nostra vita.
Credo che sia proprio qui, in questo “pianissimo” che palpita nell’interstiziale e nel privatissimo di una festa locale, il senso più autentico di patrimonio globale. Qualcosa capace di ricreare – nel turista giapponese che la vede con stupore esotico, nel viaggiatore olandese che ogni anno torna a vederla o nell’occasionale spettatore romano che non l’aveva mai vista prima – quell’esperienza profonda che Georg Simmel chiamava “l’unità della totalità della vita”: cioè sentirsi per un breve, fulminante momento, parte vivente e partecipe della nostra comune ma sfuggente umanità.


Antonio Riccio, “Evviva Santarosa. Etnografia di un patrimonio dell’umanità”, Davide Ghaleb Editore, Vetralla (VT), 2015, 342 pp., € 25. www.ghaleb.it

 

 

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