Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

 

Il gioco del calcio, in gergo internazionale Football, e Soccer in ambienti statunitensi, detiene sin dagli albori connotazioni che l’avvicina alle tecniche del conflitto bellico, espressione estrema della violenza legale organizzata dall’autorità politica. La sua evoluzione ha conservato la radice storica, e molti commentatori, ancora oggi e nonostante le regole codificate e continuamente riviste dalle Federazioni competenti al fine di regolare e addomesticarepdf in termini civili la competizione calcistica, non mancano d’evidenziare quanto il gioco calcio (dentro e fuori dal campo) abbia a che vedere con le tecniche della guerra e della politica. Inoltre il calcio muove da sempre interessi economici rilevanti. Ragionare di geopolitica e geoeconomia, con riguardo al calcio, non è un paradosso.

In quest’ambito può interessare citare due delle tante versioni che circolano sulle origini dello sport più amato del mondo: curioso che, ambientate in tempi e luoghi incomparabili, raccontino storie non dissimili.

La prima versione porta in Cina. La società segreta del Loto bianco ha aiutato i Ming nella vittoria contro la dinastia mongola Yuan, ma una volta al potere, i nuovi padroni iniziano a perseguitare la setta, costringendola alla clandestinità. Non riescono a diminuirne l’influenza, tanto che la setta continua nelle sue perfide mene. Una delle diramazioni, la società degli Otto Diagrammi, crea, in quest’ambito, il “gioco del calcio”, almeno così racconta un cronista del Times, John Law, inviato intorno al 1820 in Cina per un servizio. Il nostro scrive di aver visto dai gradini (i maliziosi sostengono che sulla gradinata arriva dopo diverse pinte di birra e circondato da nuvolette d’oppio) il dispiegarsi di un gioco rituale: “Due squadre di undici persone si disputano una palla, ciascuna cercando di spingerla in un largo paniere in fondo al campo avverso”. Intorno, prosegue la narrazione, c’è gente che tifa, fischia, applaude, grida il proprio entusiasmo. Peccato, dirà un commentatore 1, che si tratti di una seduta di tortura “terribilmente sofisticata”, che le presunte grida di gioia siano di disperazione e terrore, che gli incoraggiamenti altro non rappresentino che urla assassine. Il cronista, miope, avrebbe scambiato per palla di chiffon un’infelice testa umana. Comunque siano andate le cose, il nostro John Law, ignaro dell’efferatezza dello spettacolo cui ha assistito, diffonde all’orbe britannico la nozione del nuovo gioco. Il football avrà bisogno di parecchi decenni per farsi conoscere ed apprezzare, poi attraverserà la Manica per sbarcare in Europa e da lì nelle colonie.

L’altra storia è meno esotica 2. Siamo intorno all’anno 1000: gli inglesi festeggiano una sconfitta del consueto invasore danese, recidendone la testa e utilizzandola come palla da prendere a calci. Documenti testimoniano che, verso gli anni 1100, l’Inghilterra celebra il giovedì grasso con gigantesche partite di calcio (Mob Football), schierando intere città. Ci si affronta su spazi immensi, cinquecento atleti per parte e giù botte da orbi per intere giornate e senza tante regole. Al punto che il Mob Football sarà interdetto da Edoardo II nel 1314 3. Altre proibizioni arrivano dai regnanti nei secoli successivi, apparentemente perché il tempo perso dietro la passionaccia per il calcio va penalizzando la pratica del tiro con l’arco, necessario a tenere in forma i cittadini in vista delle invasioni e della difesa del reame. A conferma del legame tra calcio e guerra, si procede col proibizionismo fino all’epoca delle armi da fuoco. Quando cesserà la concorrenza dell’arco, saranno proprio i re a sostenere la diffusione del calcio: alla fine del XVII secolo, Carlo II si spenderà parecchio in questo senso.

Oggi il calcio appare un formidabile “instrumentum regni”. Sul calcio si sono costruite e mantenute fortune politiche. E i campionati mondiali sono stati spesso utilizzati come mezzo per l’esposizione al consenso interno e/o al riconoscimento internazionale. In Italia uomini come Berlusconi e in passato Achille Lauro devono molto al calcio e ai suoi tifosi. A livello internazionale, il Mussolini 4 che impone e si regala il “suo” campionato, come il dittatore argentino Videla che spende nel 1978 il 10 per cento del disastrato bilancio pubblico per la soddisfazione di battere il boicottaggio internazionale, il Fernando Collor de Mello che nel 1989 diventa il più giovane presidente eletto del Brasile dopo essere stato a capo di una squadra di football, hanno fatto scuola. Mauricio Macri, presidente del club argentino Boca Juniors, potrebbe presto seguire l’esempio, proponendosi come panacea per i mali argentini 5.

Corea e Giappone hanno interpretato con sobrietà il loro mondiale (31 maggio – 30 giugno 2002): come democrazie favorevoli allo sport e al Campionato, alla promozione dell’economia e della pace nel continente asiatico. Tuttavia non hanno lesinato in orgoglio e sciovinismo, adattando alle realtà tecnologicamente avanzate dell’Asia l’iperbole geopolitica dello sport calcio.

Nelle fonti ufficiali giapponesi si è letto 6: “I nostri giovani, nel vedere la squadra giapponese lottare strenuamente contro avversari da tutto il mondo, hanno provato un forte sentimento nazionale. In tutto il Giappone l’inno nazionale, “kimigayo”, finora vissuto con indifferenza dai giovani, è stato cantato da tutti, in modo naturale e spontaneo, sia negli stadi che davanti ai grandi schermi”.

In quanto alla Corea, l’ottimo andamento della squadra ha cementato il senso dell’appartenenza nazionale, di fronte ai fratelli separati sottomessi dai comunisti del nord. Il paese è diventato una vasta macchia di rosso (il colore della nazionale): ad ogni partita due enormi schermi radunano nella capitale sino a un milione di persone. Man mano che ci si è avvicinati alla semifinale, sono saliti i toni. Gli undici sono diventati i “nuovi eroi”, i “guerrieri”. In un crescendo lirico, la nazionale diviene il “miracolo coreano”, la “grandezza d’una nazione”, il “trionfo dello spirito coreano”.

Il mondiale 2002 si è fatto notare anche perché per la prima volta sono protagoniste della competizione tutte e cinque le potenze con diritto di veto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia, Usa. In semifinale non n’è arrivata nessuna. Forse nel dato trova negazione la metafora del calcio come (sostituto della) guerra.

Campo da gioco, campo di battaglia

Nel 1801 gli inglesi cominciano a redigere gli elementi fondamentali del calcio. Nel 1863, quando all’università di Cambridge si fissano le regole quadro che vigono tuttora, il processo di codificazione può dirsi concluso. Sono ancora i tempi in cui gli europei prediligono squartarsi tra di loro in continue battaglie, facendo a pezzi quanto riescono l’ardimentosa gioventù di cui dispongono. Le classi dirigenti chiamano: i giovani rispondono con entusiasmo. In tal modo se ne vanno in successione svariate generazioni di europei, a nord come a sud, a est come ad ovest, senza che la carneficina sembri potersi arrestare: tedeschi contro francesi sempre, scandinavi per secoli tra loro e con i vicini, semi-asiatici con i semi-europei di Russia fino alla sopraffazione bianca, polacchi contro russi tedeschi contro polacchi a fasi alterne. Ci sono territori che sembrano creati dal buon Dio per essere invasi da chiunque e sempre (l’Italia non sfigura nell’elenco). Ci sono nazioni che sembra non possano resistere alla pulsione di violentare popoli vicini e lontani (la tedesca tanto per citarne una).

Nel periodo si sviluppano nuovi gadget al supermarket dell’orrore: le guerre civili e il terrorismo. Evidentemente ammazzare il proprio vicino o parente dà più soddisfazione, evidentemente al gusto macabro della sorpresa (gli autori del beau geste devono ritenere che trucidare senza preavviso eviti alla vittima la sofferenza dell’attesa) non si resiste.

Un’altra novità del continuo spararsi e azzannarsi, è che di preferenza ci si esercita sulle popolazioni civili: da qualche parte ci deve essere pur stato qualche accordo segreto tra cancellerie o stati maggiori avversi, che sicuramente salterà fuori dagli archivi alla prima occasione. Altrimenti non si capisce come le tecniche di guerra utilizzate nella prima metà del secolo XX (e anche dopo, anche dopo), dagli alti gradi delle tre Forze armate di ogni e qualunque paese in conflitto, coincidano tanto da totalizzare, nel corso dei conflitti, un numero di vittime così elevato d’innocenti civili rispetto a quelle immolate dai soldati, peraltro sempre più spesso volontari e professionisti di guerra, che per ammazzare ed essere ammazzati ricevono denaro e medaglie 7.

Passa quasi un secolo dai documenti di Cambridge in materia di football. Gli europei scampati alle due carneficine belliche mondiali della prima metà del Novecento, scoprono, grazie anche alla lezione di Carl Schmitt 8, la rilevanza dello spazio (der Raum), rispetto alle illusioni legate al tempo (Zeit-Illusionen). Stipulano il più importante contratto di pace mai immaginato sul continente, e ne pongono le premesse attraverso la comunanza parziale di spazio e istituzioni. Cominciano con sei stati, tra cui l’Italia.

Da un lato si decide di far nascere la Comunità europea come superamento/integrazione degli stati nazionali; dall’altro si decide che... gli unici luoghi dove sia lecito continuare a darsele e perpetuare il combattimento tra nazioni 9, restino i campi da gioco, in particolare quelli rettangolari di calcio. Ceca e Cee, le prime comunità europee, sono uno spazio, operano in uno spazio, proprio come il campo di calcio è uno spazio, e nel suo spazio si tiene il gioco della nuova Europa.

L’opzione europea viene condivisa con le nazioni degli altri continenti, all’epoca legate da rapporti coloniali, e/o post coloniali con il vecchio continente. Gli Stati Uniti nel calcio non avevano (e la situazione felicemente permane) voce in capitolo: così non poterono mettersi a ponzare su quanto sarebbe stato più efficace e sano continuare a combattere sul serio o, in alternativa, accettare di rendere un pizzico più violente le regole, peraltro già sufficientemente maschie visto che erano (e sono) figlie delle palestre bellicose di Cambridge. L’atmosfera era di guerra fredda; a Berlino stavano per costruire un muro di cinta per una galera grande quanto mezz’Europa, però il calcio andò avanti lo stesso. Il buon esempio poteva essere persino contagioso.

Si andrà in guerra in pantaloncini corti, calzettoni e maglietta; saranno ammessi tacchetti sotto le scarpe, ma guai a chi li utilizzerà sulla testa altrui. S’incanala l’aggressività dove fa meno danni, ricercando anzi che frutti in termini d’immagine, economia, influenza politica. A difesa della prosecuzione della famiglia, tenuto conto dei primi annunci sulla caduta della curva della natalità in Europa, si evita che gli scontri tra nazioni producano vedove e orfani. Alla clava (al moschetto) si sostituisce la palla, c’è un arbitro che regola la tenzone come negli antichi duelli medioevali. I giornali smettono di foraggiare le compagnie assicurative con polizze infortunio/vita, sostituendo ai corrispondenti di guerra (notoriamente hanno la dannata vocazione a perdere arti e ahimè anche la vita tra schegge e colpi di mortaio) cronisti sportivi.

I preliminari delle partite (inni, gagliardetti, “capitani”, assetto di ruoli e funzioni, insulti tra opposte tifoserie, sanguigne coreografie aggressive) serviranno a sottolineare che nazioni e guerre continuano, ma in altra forma. Si studiano “difese” e “attacchi”, si ergono “barriere al centro del campo” per contrastare le “folate di attaccanti nemici sulle fasce”. In realtà è una presa in giro gigantesca: la gente però fa finta di non accorgersene e si organizza di conseguenza, con scontri tra tifoserie dentro e fuori gli stadi, festeggiamenti delle vittorie, scoramenti e pianti dei perdenti. Non difettano i danni al patrimonio e la perdita di vite umane, ma è una contabilità tutto sommato ridotta. Qualche defunto da pallone, qualche distruzione di vetrine o automobili, è un guadagno rispetto ai disastri della guerra vera.

Ci si può chiedere perché proprio il calcio. Perché, ad accogliere l’eredità della guerra e della lotta politica sanguinolenta non sia il baseball o il rugby, o i Giochi Olimpici che riassumono l’intera cifra sportiva? Il calcio è la meno provinciale delle specializzazioni sportive; le sue regole sono facilmente comprensibili; è spettacolare e “colorato”, esprimendosi in grandi spazi aperti e prestandosi a costruire un proprio star system con campioni ed eroi da offrire all’adorazione o al disprezzo di fazioni l’un contro l’altra armate 10. Questi e altri fattori ne fanno un gioco diffuso ed esportabile, popolare nel senso stretto dell’aggettivo.

Inoltre, per il calcio vale un altro pezzo della lezione di Schmitt, che va a completare quella su Raum e Zeit: la teoria dei pirati e dei partigiani 11. Dato come intuitivo che i pirati appartengano all’elemento marittimo, resta da vedere se e come i partigiani si colleghino al rettangolo calcistico, elemento tellurico. I calciatori sono combattenti come i partigiani, e irregolari quanto loro. Ma sono mercenari (tutti mercenari, ahimè, cari tifosi lettori). Il calciatore professionista, a differenza del partigiano non ha idea né ideale, a meno che non s’intendano come tali i premi partita e le laute prebende concordate dai procuratori con il malcapitato presidente di turno. In questo senso nulla di più distante dal partigiano, salvo che quando il calciatore mercenario veste la maglia della sua nazionale, si purifica. I colori della bandiera sublimano la scorza di professionista della pedata. Il calciatore, così pretende la mitologia sportiva, recupera in nazionale la dimensione di partigiano e annulla quella di mercenario.

Partigiano, si faccia attenzione, non milite regolare, perché al calciatore si chiede mobilità, intensità dell’impegno “politico”, una certa irregolarità (si pensi alla fallosità di ogni calciatore, alla propensione a far scena, a sfuggire alle regole recitando parti adatte a guadagnare falli e cartellini favorevoli sino ad esibirsi come cascatore in area avversaria e utilizzare mani clandestine per muovere la palla 12.

Un altro elemento interessante nella lezione di Schmitt è il concetto di Grenze, il confine: chi conosce le regole del calcio sa quanto siano importanti le righe sul terreno, quanto l’attaccare e il difendersi, il superare la “propria” area, o esservi rinchiusi, significhi in termini di risultato dello scontro in campo.

Le medesime considerazioni non sono sempre applicabili ad altri sport, né alle Olimpiadi: i giochi d’acqua, ad esempio, nell’analisi di Schmitt, richiamerebbero l’analogia con pirati e corsari. Convincente, in quest’ambito, il suggello offerto all’argomentazione dall’umorismo del citato Paul Aster, che così riassume la trasformazione epocale che ha spostato le guerre dai campi di battaglia a quelli da gioco: “Sembra che i combattenti abbiano finalmente deposto le armi. Questo non significa che si amino né che il nazionalismo sia meno ardente di quanto non fosse in passato, ma sembra che gli europei abbiano trovato un modo per odiarsi senza farsi a pezzi. Questo miracolo va sotto il nome di calcio”.

Ai campionati mondiali di Corea e Giappone, la matassa di nazionalismi, cosmopolitismo, regionalismi, si è mostrata in tutta la sua ricchezza di contraddizioni. Senso dell’appartenenza, pulsioni d’aggressività, razionalità, comunanze culturali, conflittualità d’interessi, hanno mischiato i loro umori nella testa e nel cuore degli spettatori. Dal groviglio della matassa sono usciti episodi gustosi, deludenti, esaltanti. Ma anche tragici 13: perché il calcio, per l’appunto, non è solo un gioco.

Si prenda il rapporto di amore-odio che lega da sempre il triangolo del potere europeo: isole britanniche, Francia, Germania. Senza scomodare i Nelson, i Bismarck i Napoleone, si guardi ai Zidane e Beckam, ai Rudi Vőller e Sven Goran Eriksson 14. Si prenda il caso della Nazionale di calcio italiana, che viene presa a paradigma dei vizi e dei pregi degli abitanti della penisola, con la sua (la loro) incapacità ad osare, la propensione allo spreco del talento, l’atteggiamento difensivistico, etc. Si allevano, attraverso episodi calcistici che sedimentano negli anni, correnti fondamentaliste di simpatia e antipatia tra cugini continentali. Spagnoli e italiani solidarizzano. Gli inglesi non hanno amici perché risultano antipatici a tutti (fatta eccezione degli inglesi stessi), anche a causa dei loro hooligan. I tedeschi sono sopportati per lo strapotere e la forza 15 che esprimono, ma non possono essere amati: gli inglesi, in particolare, cercano ogni modo per saldare il conto dei bombardamenti subiti dall’aviazione nazista durante la prima parte della seconda guerra.

Nella pratica dei mondiali, questa teorizzazione complessiva trova il suo riscontro. Quando giocano la semifinale Germania e Corea del Sud, il Daily Telegraph, a causa di troppi arbitraggi favorevoli ai padroni di casa, detta di non fare il tifo per la Corea. Commenta il citato Hornby: “raccomandazione discutibile, dato che la maggior parte dei tifosi inglesi preferirebbe schierarsi con una squadra di taliban pur di veder perdere la Germania in una partita dei Mondiali”.

La Francia vincitrice dei mondiali, quattro anni fa, esibì più di un milione di persone in festa sugli Champs Elysées: la più grande manifestazione parigina di felicità di popolo, dalla liberazione del 1944 16. La borghesia calcistica europea, italiani inclusi, fecero commenti beffardi sul contributo del fattore campo (i campionati si erano giocati in territorio transalpino) e deglutirono. Fatta ingloriosamente fuori a questi mondiali, la squadra francese appare male in arnese. La sua uscita al primo turno senza segnare neppure un goal manda in brodo di giuggiole la stampa tedesca e britannica. L’alleanza franco tedesca che fa da perno e fondamento alla costruzione europea, che ha consentito il varo dell’euro e dell’Unione economico monetaria, frana di fronte all’inconsistenza dei muscoli di Zidane e Co. Quando, in finale, i tedeschi affronteranno il Brasile, i francesi delusi si rifaranno, tifando per la squadra di Rivaldo, infischiandosene che i brasiliani arrivino da un altro continente e che l’Europa possa rimediare una brutta figura.

Questo il commento del serioso Financial Times: “The sense of European solidarity was missing everywhere. In Berlin, Rome, London and Brussels, France’s humiliating defeats were welcomed by rivals that were happy to see the arrogance of the world champions curbed. And most of the French were in turn supporting Brazil rather than Germany in final. So much for the Franco-German alliance” 17.

Fuori dal vecchio continente le cose non vanno molto diversamente, anche se certe solidarietà regionali tra poveri funzionano meglio, come si dirà più avanti. Restano intatte le animosità tra nazioni, a prescindere dall’appartenenza regionale, anzi lo scontro “mondiale” diviene metafora e topos ideale di conflitti mai sopiti. Così è per Inghilterra-Argentina. Le Falkland/Malvinas sono tuttora britanniche, nonostante la guerra scatenata nel 1982 dai golpisti di Buenos Aires. Per gli argentini perdere contro gli odiati inglesi è significato aggiungere frustrazione a frustrazione.

In questo contesto, va sottolineato un fenomeno, che la dice lunga su alcune tendenze in corso, soprattutto tra i ragazzi cosmopoliti del nostro tempo. I club locali (i vari Manchester, Real Madrid, Lazio, Borussia, Santos, etc.) curano sempre meno i loro vivai, arruolano sempre più spesso calciatori non nazionali, non locali, e di conseguenza si vanno trasformando in una sorta di multinazionali con brand locale. Raro che in un club cittadino militi un figlio del luogo, come capita nella A.S. Roma con Totti. La devozione rapita del tifoso va al campione che indossa la maglia, a prescindere dal suo passaporto. E quando il campione alieno riveste i colori della propria nazione, e magari gioca contro la nazione che ne ospita (e stipendia) le gesta nel torneo nazionale?

Ognuno si regola come può e sa. Il pirotecnico Gaucci, presidente del Perugia, licenza il coreano Ahn reo di aver segnato all’Italia, ma sempre più tifosi rinunciano a “tradire” i propri beniamini, anche quando sono arruolati nelle rispettive nazionali. Jean Marie Le Pen, leader della destra estrema francese, dopo l’eliminazione dei Gaulois, tiene per il Senegal (zeppo di calciatori che giocano nel campionato francese e allenato da un bianco (ex)francese), che chiama “nazionale africana che è una piccola Francia”. Il tifo tende a superare le ovvietà dei legami etnici e di bandiera, diviene “elezione” (o alienazione affettiva, faccia il lettore).

Il cosmopolitismo dei professionisti realizza incroci inaspettati: allenatori stranieri di nazionali si trovano contro la propria nazione, i calciatori sono coinvolti in lotte epocali con propri compagni di squadra locale, etc. Si prenda la semifinale Germania-Corea, con l’olandese Guus Hiddink in panchina per la squadra di Seul. Mentre il programma televisivo tedesco Fernsehgarten intona ripetutamente “Non voglio che perdiamo con quell’olandese”, così è riassunta da un serio spettatore britannico il punto di vista dell’Aja: “The South Korea coach, is the only Dutchman at the World Cup, and his compatriots would love to see him humiliate Holland’s old rivals” 18. Ancora più serio il governo sud coreano: quando la squadra dei rossi entra negli ottavi, offre al tecnico olandese la cittadinanza, in barba alle severe leggi per la naturalizzazione vigenti nel paese asiatico.

In fondo, vince il professionismo più esasperato, peraltro ottimamente retribuito. Ma certo il fenomeno è interessante, e per certi versi ricorda il caso del talebano Johnny, statunitense di origine, ma inossidabilmente aggregato alle brigate di Bin Laden.

Lezioni dal mondiale

Ai campionati in Corea e Giappone, il calcio non è apparso in ottima salute. Ne è stato evidente il ripiegamento qualitativo. Al tempo stesso, ha manifestato capacità d’ulteriore espansione in termini di influenza su territori e popolazioni.

Anche sotto il profilo degli affari si è notata ambivalenza: in sé il mondiale non ha portato molto denaro nelle tasche degli organizzatori nazionali, anzi. Ma il giro degli sponsor e dei diritti televisivi aumenta, e questo sembra soddisfare le organizzazioni sportive nazionali e internazionali che governano il gioco e le scommesse.

Un altro elemento da sottolineare è che la cittadella calcistica internazionale, con il suo vasto intreccio di sigle e controsigle si è mostrata come un centro di potere internazionale a se stante, ricco di contrasti e denaro, organizzato per bande d’interessi dove, sotto copertura sportiva, sembra si agitino innominabili vicende di corruzione e lotte di potere. Il che, peraltro, confermerebbe la tesi del calcio come trasposizione della politica e della guerra.

Ciò premesso, s’impongono le seguenti considerazioni.

Sul piano degli interessi economici, il Mondiale si presenta come un potenziale business. Autorità e popolazione dei due paesi organizzatori dell’edizione 2002 ne sono stati convinti, esagerando il valore promozionale dell’evento. Quando le cose sono andate diversamente dalle attese, sono rimasti delusi. Bene aveva visto la Far eastern economic review in un reportage di copertina sulla questione, lo scorso marzo: “Forse i mondiali gioveranno alle finanze di qualche azienda, ma parlare di benefici per le economie nazionali e locali è esagerato... i mondiali durano solo un mese... i turisti non è detto spendano soldi per acquistare prodotti locali, a cui potrebbero preferire quelli delle multinazionali che sponsorizzano le squadre principali ... per costruire le opere sono stati sottratti fondi ad altri importanti progetti di interesse pubblico” 19.

Il fatto è che lo sport contribuisce complessivamente per l’1 – 2 % alla formazione della ricchezza (Pil, prodotto interno lordo) nei principali paesi industrializzati. Non può quindi avere un effetto di trascinamento, anche se l’euforia che le sue vittorie ingenerano nella popolazione, può essere un sorprendente tonico per la curva della produttività e del consumo.

Contro le previsioni di 400mila ingressi aggiuntivi causati dal mondiale, i dati ufficiali nipponici dicono a consuntivo che, rispetto all’anno precedente, sono entrate nel paese, in giugno, trentamila persone in più. L’istituto di ricerca Dai-Ichi Life, ha ridotto la stima dell’effetto Mondiali sulla crescita della ricchezza nazionale allo 0,01-0,02 per cento, su base annua, ovvero niente. L’unico beneficio certo è venuto dal fatto che, avendo i giapponesi scelto di restare a casa per godersi il mondiale (in giugno il numero di partenze verso l’estero è sceso di 230mila unità), la curva dei consumi interni ha fatto registrare qualche incremento.

Un po’ meglio le industrie coreane. Le banche, da maggio, hanno abbassato il costo del denaro per stimolare gli acquisti. La Daewoo ha venduto più automobili grazie al “buono quarti di finale” equivalente a 900 euro, ma un po’ tutte le grandi imprese hanno organizzato lotterie e premi legati al mondiale. Il conglomerato Hyundai ha calcolato in 5 miliardi d’euro il beneficio da acquisti dovuto all’euforia per il buon andamento della squadra coreana ai mondiali. Il beneficio maggiore lo ha guadagnato la compagnia telefonica Ktf, con un’idea ingegnosa (e mistificatrice...): ha inventato e “imposto” lo slogan “Korea Team Fighting” lanciandolo su giornali, televisioni, gradinate degli stadi: KTF è diventato lo slogan promozionale della nazionale di calcio e... degli affari del secondo operatore di telefonia mobile del paese. Costo bassissimo per un’operazione riuscita: KT Corp. il concorrente diretto ha sborsato ben altre cifre per finire nel gruppone degli sponsor ufficiali della Fifa (Federazione internazionale del calcio).

Godono gli sponsor, con il duo Nike-Adidas sempre in concorrenza che ritrova armonia nel vendere agli entusiastici tifosi nippo-coreani maillots a 70 euro ciascuno! I due marchi hanno coperto 18 delle 32 squadre in lizza ai mondiali, tra cui le maggiorenti: non hanno avuto niente da perdere dall’andamento della competizione, benché Adidas abbia pagato l’appiattimento sulla “sua” Francia e l’uscita di scena del Giappone agli ottavi. Nike, dopo aver scommesso (e perso) sul Brasile nel 1998, stavolta ha scelto una strategia ecumenica, arruolando campioni di ogni squadra per i suoi passaggi pubblicitari. Gli è andata male con Totti, Henry, Figo, ma ha recuperato con Ronaldo, marcatore numero uno del campionato. La scelta della Corea, inoltre, ha funzionato, visto l’esaltazione collettiva coreana per la sua nazionale. Adidas (6 milioni d’euro d’investimento, più 15 per creazione e diffusione di spot) ha esagerato, con versi di Kipling di difficile percezione in un pubblico largamente popolare, meritandosi dallo specialista CB News il titolo di “arrogante e megalomane”.

I ritorni agli sponsor vengono da una precisa scelta di mercato: non sostenere la Fifa, quanto assi e squadre. Non è un grande aiuto per lo sport, ma così va il mondo degli affari. Il quale mondo degli affari, magari per voler crescere a dismisura, continua a far parlare di sé anche per cose che con la dignità sportiva non hanno molto a che vedere: ad esempio, probabilmente a causa delle chiacchiere iniziate per l’affare Ronaldo di Francia ’98 20, si continuano a leggere ogni genere di voci su contratti e mazzette della Nike.

Sul piano della cooperazione internazionale, in particolare regionale, l’impatto dei campionati è stato notevole, e lascerà il segno. La competizione del 2002 ha visto per la prima volta schierati nei quarti di finale quattro continenti su cinque (assente la sola Oceania). Per la prima volta i giochi si sono svolti in Asia e sono stati ospitati contemporaneamente da due paesi. Nella cerimonia d’apertura sono entrate nello stadio entrambe le bandiere coreana e nipponica, e sono stati suonati i due inni nazionali, alla presenza del principe Takamodo e consorte nonché del primo ministro Junichiro Koizumi per parte giapponese, e del Presidente della repubblica Kim Dae-Jung per parte coreana. Sono fatti non solo simbolici, ma di alto contento politico, che innalzano il livello della cooperazione bilaterale e regionale, potendo contribuire alla stabilizzazione dell’area 21.

Il Giappone, che non è leader di alleanze regionali, si porta dietro rapporti politici piuttosto complessi con i propri vicini, che risalgono ai tragici accadimenti della prima metà dello scorso secolo. L’imperatore Hiroito è tra i responsabili della Seconda guerra mondiale, i cui prodromi stanno nell’invasione della Cina del 1931: con il brutale massacro di 300mila persone che le truppe giapponesi perpetrano in una sola settimana a Nanchino, con i test di armi biologiche su migliaia di prigionieri di guerra cinesi (iniezioni di antrace, peste bubbonica, etc.). L’azione arrivava all’interno d’una fase di espansionismo e dominio coloniale in Asia che sembrava voler essere inarrestabile e si caratterizzava per ripetute brutalità ed efferatezze. Documenti inconfutabili ne mostrano gli effetti sui prigionieri di guerra inglesi, olandesi, americani, e sui civili di mezza Asia. Si dice che almeno 10 milioni di cinesi, tailandesi, filippini, ovviamente coreani, tra cui donne per i bordelli militari, le cosiddette “comfort women”, siano stati brutalizzati negli anni di guerra, e usati come schiavi anche per imprese come Mitsubishi.

Tokyo non ha mai chiesto scusa per l’accaduto (recentemente ha espresso un sommesso “rammarico”), né concordato risarcimenti. Comprensibile che molti nei paesi vicini, in particolare le anziane signore che in gioventù hanno sofferto l’umiliazione estrema e continuano a protestare, siano risentiti con Tokyo. Significativo l’incidente dell’aprile del 2001 con la Corea. E’ adottato, dal sistema scolastico nipponico, un manuale revisionista di storia, che sminuisce le atrocità compiute dal Sol levante nelle guerre del Ventesimo secolo. Seul chiede a Tokyo di ritirare il testo e richiama il suo ambasciatore. Al rifiuto nipponico, la Corea replica che si alleerà con la Cina per contrastare la candidatura giapponese a un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite 22. I mondiali segnano, in quest’ambito, un’opportunità di pacificazione di fronte alla storia.

Ambedue le nazionali entrano negli ottavi. La buona prova giapponese e soprattutto l’eccellente performance coreana ai mondiali, sono vissute dalle nazioni asiatiche come riscatto contro lo strapotere calcistico europeo e latinamericano. Si vedono coreografie, sui corpi nelle strade in televisione agli stadi, che esaltano insieme i colori dei due paesi asiatici. Si rilasciano dichiarazioni del tipo: “Gli occidentali devono accettare l’idea che l’Asia esiste, che anch’essa ha dei mezzi”. Quando la Corea è in semifinale, il Korea Times titola l’editoriale: “La fierezza dell’Asia”. E il JoongAng Ilbo: “L’allenatore ci ha dimostrato che l’Asia ne ha la capacità”. Mentre la generalità degli europei, di fronte agli arbitraggi di Corea-Italia e Corea-Spagna, denuncia la sequenza di errori che spinge avanti una Corea che alla vigilia del mondiale stazionava al 40esimo posto delle classifiche calcistiche internazionali, le nazioni asiatiche compatte si attestano in difesa della squadra sudcoreana, “meritevole” di andare avanti. I commentatori più “obiettivi” ammettono gli errori arbitrali, ma li interpretano come restituzione dei tanti torti subiti dall’Asia durante il colonialismo.

Si prenda la reazione dell’undici coreano quando pareggia il goal degli Stati Uniti. Ricordando l’ingiusta squalifica del pattinatore coreano Kim Dong Sung, primo classificato alle Olimpiadi invernali di Salt Lake City (e la conseguente attribuzione di vittoria allo statunitense Apolo Ohno), i calciatori di Seul mimano le movenze del pattinaggio su ghiaccio. La protesta è clamorosa, mostra quanto possa sedimentare la memoria dell’ingiustizia sportiva, e quanto essa possa trasmutare in dato politico e revanchistico. All’annuncio che, per la partita con la Germania, arriveranno a Seul il primo ministro nipponico alla testa di una delegazione di 316 uomini politici e diverse migliaia di tifosi nipponici, il Korea Times esplode: “Non è soltanto il nostro voto più ardente, ma anche la speranza di tutti gli asiatici che la squadra della Corea trionfi stasera e vada a Yokohama”, il luogo della finale.

A parte i rapporti col Giappone ed episodi come quello che vive con gli Usa, la Corea ha ragioni ben più valide per battere la grancassa del nazionalismo asiatico: più su del 38° parallelo, i fratelli della repubblica del nord devono apprendere quanto siano bravi a sud. Il successo sportivo è utile ai fini della riunificazione, tant’è che la semifinale con la Germania viene trasmessa attraverso voluminosi altoparlanti verso le centinaia di migliaia di soldati rossi appostati addosso ai 4 km di zona smilitarizzata di confine, e agli operatori delle risiere in zona. Gli undici della squadra azzurra, intrisi come tutti gli italiani di sensibilità storica e politica, non lesinano in altruismo e abnegazione, facendo la propria parte sull’altare della riunificazione coreana. L’Italia aveva perso ingloriosamente con i dopolavoristi comunisti della Corea del nord 23 nei campionati inglesi del 1966; giusto ripetersi con i podisti del sud. Gli equilibri politici sono una cosa importante: ci sarebbe mancato si dicesse in giro che i comunisti ce le suonano e i capitalisti no. Se le cose fossero andate diversamente, il telegiornale di Pyongyang sarebbe uscito in edizione notturna straordinaria per decantare le virtù del calcio rosso, rigettando all’indietro i tentativi in corso per la riunificazione coreana, frantumando i delicati equilibri asiatici, magari interrompendo il processo che sta portando imprenditori capitalisti nel Comitato centrale del partito comunista cinese. Siccome le cose diversamente non sono andate, la televisione comunista ha tardato quattro giorni per mostrare spezzoni del successo sudcoreano contro Totti e compagni.

Il neo-nazionalismo asiatico non ha costituito il solo dato interessante, dal punto di vista delle nazioni calcisticamente nuove e dei loro rapporti con le potenze calcistiche. Mentre francesi, italiani, spagnoli fanno malinconicamente le valigie e sbaraccano prima del previsto i loro quartieri asiatici, Africa e Stati Uniti vanno oltre le attese.

Il Senegal onora il calcio e l’Africa, arrivando ai quarti; meno bene il Camerun. I senegalesi partono dal penultimo posto cui li colloca la classica Fifa dei 32 in gara, battono i campioni del mondo francesi nella partita d’inaugurazione spedendo i bleus verso Parigi. Il goal alla Francia è anche il primo in assoluto che il Senegal realizzi in un mondiale. E’ Africa anche il conto dei bianchi in campo nel match: 5 su 22 (perché anche la Francia dispiega le sue truppe di colore). Un emigrato senegalese in Italia dichiara a La Stampa (1 giugno 2002): “E’ la rivincita dell’ex schiavo contro il colonizzatore”. E un altro allo stesso giornale: “E’ la vittoria dei piccoli sui potenti del calcio e della terra” 24.

Il Senegal si ripeterà con la pallida Danimarca, riducendola a un passo dalla sconfitta. Commentando l’incontro, evidentemente sotto choc di fronte alla prestanza fisica e alla velocità dei “leoni d’Africa“ di Bruno Metsu 25, il commissario tecnico danese Morten Olsen fa una dichiarazione politically incorrect: “Non avremmo mai dovuto insegnare agli africani a giocare a pallone; hanno la predisposizione genetica al gioco duro”. Il commento danese è niente di fronte alle analisi che la destra politica francese propina all’opinione pubblica transalpina, in seguito all’eliminazione di Zidane & Co. Sotto tiro è la politica “immigrazionista” che lo sport francese avrebbe attuato in seguito al successo nei mondiali del ‘98, dovuto in larga parte, come si sa, ai suoi calciatori di colore. La corsa di 23 adulti in pantaloncini intorno a un pallone... gonfiato, diventa in questo modo scontro di civiltà e occasione di razzismo conclamato.

Gli Stati Uniti, gratificati da un inaspettato ruolo di paese organizzatore di mondiale otto anni fa, hanno dato l’impressione di essere in crescita. Non tanto per il passaggio agli ottavi, quanto per la sensazione che oltre al calcio femminile già abbastanza avanti, si stia allargando la cerchia di praticanti e tifosi nel paese a stelle e strisce. L’attenzione data da televisioni e stampa al parziale successo della squadra americana, la presenza negli States di consistenti comunità provenienti da paesi di tradizione calcistica, confermano che gli Usa potrebbero diventare un paese calcisticamente sviluppato, purché escano dal loro paradosso: hanno 18 milioni di praticanti il calcio, di cui 14 sotto i 19 anni, ma non raccolgono spettatori. Fuori dall’aspetto sportivo e tornando al valore metaforico del calcio, il fatto che i muscoli dei suoi atleti abbiano reso mediamente meno di quelli di altre nazionali può essere utile agli yankee in termini culturali e politici: i fischi dei coreani, l’animosità con cui il Messico si è schierato in campo, può dare un’ulteriore opportunità per capire come, nonostante l’ingiustizia e la sofferenza dell’11 settembre, l’antiamericanismo non sia defunto. Su cosa abbia significato la sconfitta con gli Stati Uniti per un messicano medio, dà ottima testimonianza il commento di La Jornada: “Proprio con loro dovevamo perdere noi messicani. Di tutte le squadre possibili, proprio con loro. Una partita vissuta come uno scontro storico. ... il Messico col gioco bellissimo e impotente, gli Stati Uniti che con tre tiri collezionano due gol. Uno scontro tra cultura barocca ed efficacia? Tra raffinatezza giuridica e pragmatismo?... Essere meno produttivi degli Stati Uniti nella coltivazione del mais dovebbe essere un motivo di vergoan già abbastanza grande per noi; sinceramente perdere anche sul campo di calcio mi sembra un po’ troppo” 26.

Il sistema calcio, grazie alla Fifa, al suo presidente Sepp Blatter, a molti degli arbitri designati (almeno nove gli errori certi degli arbitri che hanno falsato i risultati), non ha fatto bella figura ai mondiali. Si è letto di congiure, commercio di preferenze e voti. Il sistema calcio è apparso come una fortezza a se stante, una multinazionale senz’anima, concentrata nel contare valuta e centellinare potere piuttosto che nel diffondere e tutelare valori sportivi. Con dette premesse, non sorprende la mediocrità delle partite né il numero contenuto dei goal (2,52 a partita, meno che nel 1998 o nel 1994). In positivo va rilevato che non si sono registrati casi di doping né clamorosi episodi di violenza, dentro e fuori dagli stadi.

A fronte del deludente bilancio “ufficiale”, sta l’accresciuto entusiasmo e la soddisfacente partecipazione al calcio di nuovi soggetti. Nonostante orari di trasmissione e fusi non favorissero i paesi di più solida tradizione calcistica, ogni giorno seicento milioni di persone si sono messe davanti al televisore per seguire le gesta dei loro beniamini, un numero che si è ulteriormente impennato nella fase terminale del gioco.

Non va disperso il capitale di credito accumulato nei mondiali, specie in Asia e Africa.

Il caso della Corea è illuminante. Il paese, nel dopoguerra, è venuto crescendo come una società molto americanizzata. Il baseball vi resta lo sport più popolare, ma alla sesta partecipazione nella competizione calcistica mondiale, il paese può essere considerato acquisito al club dei calciofili.

In Giappone, si pensi che il primo torneo di calcio è di neppure dieci anni fa. Alla vigilia del campionato la disciplina calcistica risulta al terzo posto con quasi il 20% delle preferenze, e sull’onda della competizione mondiale comincia ad insidiare il baseball, tuttora alla metà dei consensi (il classico Sumo, in declino, è al secondo posto). Sono circa 4200 le squadre di calcio, e 150.000 gli allievi iscritti. Se si sommano le squadre aziendali a quelle delle scuole elementari-medie si arriva a 28.000 scuole e 800.000 unità.

Per i paesi più poveri, il ragionamento diventa complesso. I giocatori dell’Ecuador non avevano neppure i soldi per telefonare a casa, e solo una colletta degli ospiti ha consentito le telefonate. I giornalisti al seguito del Senegal hanno finito presto il denaro messo a disposizione dalla Presidenza del loro paese, e non sapevano come sbarcare il lunario in terra d’Asia. Questi episodi sono lo specchio di situazioni che mostrano squadre nazionali sufficientemente attrezzate, ma strutture sportive locali primitive anche sotto il profilo igienico sanitario. Senegal, Camerun sono i casi limite perché mostrano un potenziale effettivo che non ha possibilità di consolidarsi. Uno sforzo di cooperazione da parte della Fifa e delle nazionali più ricche per dare ai villaggi attrezzature sportive degne di questo nome, non sarebbe un errore, neppure sotto il profilo dell’investimento economico e politico nel futuro del calcio e di ciò che gli gira intorno.

Un esempio viene dal fenomeno dei calciatori colorati che da un decennio arrivano nei club ricchi da paesi poveri di recente culturizzazione calcistica. Potenziano le squadre europee, ma diffondono anche lo sport nei villaggi e negli slum di provenienza. Per i paesi d’origine, la fenomenologia che ruota intorno ai loro “campioni” ex poveri, può risultare positiva e stimolante, purché non la si riduca ad ulteriore occasione di propaganda per stereotipi nazionalistici, o materialistici su “successo” e “denaro”. Occorre puntare sulle opportunità che lo sport dà in termini d’emancipazione dal bisogno, dall’ignoranza, dalla miseria; sul contributo che un grande atleta può offrire al benessere anche psichico del paese d’origine, magari rendendo consapevoli i tifosi occidentali delle difficili situazioni da cui proviene. Poveri ed esclusi, come accade in Brasile, possono trovare nei successi calcistici del loro paese occasione di festa e identificazione. Se si evita il rischio di processi di alienazione collettiva attraverso il calcio, lo sport può fornire un contributo al bene comune.

Può sembrare paradossale, ma la pubblicità che una nazionale di calcio o un grande calciatore offrono ai paesi emergenti è enorme. Lo sviluppo dell’Africa, come dell’Asia, può passare anche attraverso i suoi successi calcistici 27.

Inoltre, sembra esistano le condizioni per un calcio “mondializzato”, che superi le tradizionali barriere del tifo e del razzismo, e si proponga come svago piacevole e stimolante. Il calcio “globale” starebbe formando una sorta di comunità culturale itinerante e fluida che, benché fragile e superficiale, si qualifica come festosa e pacifica. Può fornire cattivi esempi (denaro facile, modelli “beauty” e getta proposti ai giovani, etc.), ma può anche offrire in positivo le opportunità date dal mondo globale odierno e dalla pervasività dei media.

Un compitino per l’Europa, per l’Italia

Da un trend di questo tipo, la vecchia Europa ha tutto da guadagnare, sotto il profilo sia politico che economico. Per una volta è davvero prima in qualche cosa, rispetto agli Stati Uniti, che nel calcio, come visto, sono ancora piuttosto pivelli. Sta riuscendo ad esportare ovunque il suo “vizio più amato” (la definizione è di Massimo Gramellini sulla Stampa) e tutto sommato innocente. Le vittorie di statunitensi, africani, asiatici agli scorsi mondiali, possono servire a diffondere il calcio, a farlo amare, e a far... incassare agli europei (e ai cugini latini del sud America) i dividendi di un investimento secolare. Si attua nel sistema globale calcio il teorema elaborato negli anni ’60 da Raymond Vernon: esaurito il ciclo nel paese d’origine, un’industria matura esporta/emigra e va a far soldi altrove.

Non c’è niente di male, visto quello che i nostri paesi hanno investito nel calcio, purché non si tramuti, come capita con certe industrie, in sfruttamento dei malcapitati follower. Si pensi, per fare un esempio, alle tratte di bambini calcisticamente promettenti che allestiscono grandi club nei paesi del terzo mondo: il talento sportivo non deve far passare in secondo piano i bisogni umani dell’infanzia e dell’adolescenza, soprattutto in soggetti provenienti da situazioni d’estremo disagio socio-economico.

L’ultima considerazione è riservata all’Italia. E’ uscita con le ossa rotte dai mondiali, e non tutti nella penisola se ne sono rammaricati, augurandosi che la lezione fosse utile a far capire che dobbiamo gestire con più sensatezza il rapporto con lo sport e non possiamo permetterci di avere la... testa nel pallone. Purtroppo, dopo i campionati non si è avviata nessuna seria riflessione. Non ci sono state dimissioni né sostituzioni di rango per dirigenti e tecnici inadeguati. La “politica” è anzi intervenuta pesantemente a “blindare” la situazione. La manifesta crisi finanziaria dei club, lo stop interposto dalla Rai alla deriva dei costi di trasmissione delle competizioni, il conseguente ritardo nell’avvio del campionato hanno paradossalmente contribuito ad accentuare la tecnica dello struzzo, invece di spingere al ripensamento.

Il calcio italiano non vince più. Dal 1983 al 1998 i nostri club hanno portato a casa sei titoli e cinque finali nella Coppa dei campioni, nel 1990 sono state vinte da squadre italiane le tre Coppe in palio in Europa. A cavallo degli anni 2000 Spagna e Inghilterra ci hanno sostituito. Il campionato nazionale è stato guastato da doping, falsi passaporti, violenza di tifosi manovrati da interessi anche extra-calcistici (leggasi criminalità e politica). La deriva finanziaria è pazzesca: dal 1996 al 2001 la massa salariale in senso stretto è più che triplicata e rappresenta oggi più del 65% dei bilanci dei club. Lo sbilancio tra entrate e uscite si è generalizzato. Già a consuntivo dell’annata calcistica 2000-2001, in una speciale classifica compilata da Economist, l’Italia figurava nella peggiore situazione al mondo, in quanto a esposizione finanziaria dei club calcistici 28. Nel biennio successivo non si sono visti rimedi. La classe dirigente politica ed economica ha continuato nel 2002 a buttare nei circenses calcistici soldi che non hanno nessun senso economico, che gridano vendetta rispetto ai grandi problemi irrisolti del paese: carenza di infrastrutturazione, stato comatoso della ricerca e dell’università, ritardo del Mezzogiorno, arretratezza della sanità pubblica, etc.

Si dice che la risposta a questi problemi la darà il mercato e la trasformazione delle società sportive in società del tempo libero e dell’intrattenimento. E’ una strada che per ora soltanto la Juventus, grazie ai suoi prezzemolini 29, sembra in grado di percorrere. Per tutti gli altri club, si dovrà piuttosto riscoprire il valore anche etico della competizione, altrimenti crescerà la disaffezione del grande pubblico. E senza pubblico, senza spettacolo e campioni autentici, a poco serviranno sponsor e televisioni. Sarà un vero peccato, anche perché intorno al calcio ruota tanto lavoro, e molte imprese nazionali hanno tratto vantaggio dai successi trascorsi dei nostri calciatori. Lo si è visto anche a Sendai, 400 chilometri a sud di Tokio, dove durante i mondiali si era installata la nostra nazionale, ma anche una “Casa azzurri” che ha fatto da apprezzata vetrina ai prodotti e alla cultura italiani.

Sembra giusto chiudere con le considerazioni di Paolo Panerai, rilasciate in un’intervista 30 di settembre. Panerai, noto giornalista economico, è entrato nella direzione della Florentia, squadra che ha ereditatopdf la Fiorentina, la gloriosa società accompagnata al fallimento da Cecchi Gori. L’intervistatore dichiara: “... lei dovrebbe guardare con orrore il mondo del calcio”. Panerai: “Infatti, in un paio di editoriali ho attaccato le società dai costi troppo alti e dai bilanci falsi”. L’intervistatore attacca sui progetti. Il neodirigente risponde: “Se vogliamo rifondare veramente il calcio, dobbiamo cominciare a pensare anche all’aspetto non solo calcistico... valorizzare il fattore umano... riportare a valori normali i ragazzi che praticano il calcio, che invece sono presi solo dai gadget, dalle auto e dalle ragazze”. E all’intervistatore che incalza, l’esponente del buon tempo antico, racconta: “Il sistema del calcio oggi è perverso. Ho un nipote di 10 anni che gioca nella squadra dei Salesiani: bene, i più grandi sono stati presi in blocco e trasferiti a Empoli come polli di batteria. Così si sradicano i ragazzi, così si fa in modo che si costruiscano un modello di vita sbagliato, dove i soldi contano più di tutto”.


NOTE
1 M. Page, “Foot pénicilline et supplice chinois”, Le Monde, 7 giugno 2002, pag. VII.
2 Paul Auster, “Un calcio alla guerra”, La Stampa, 16 giugno 2002, con citazione da Ryszard Kapuscinski, The Soccer War.
3 “In quanto che c’è grande rumore nella città, causato dallo spintonarsi intorno a grandi palle da cui possono derivare tanti mali... noi proibiamo, a nome del re, sotto pena di carcerazione, che in futuro si pratichi in città questo gioco”.
4 Il duce intendeva il calcio come “una tradizione patriottica”, con “una funzione educativa e sociale” e un interesse nella “preparazione militare”. Ne fece un simbolo di potenza, grazie alle vittorie mondiali degli Azzurri del 1934 e 1938. Nel 1934, Mussolini fece di tutto per accattivarsi i favori degli arbitri (si leggano le cronache della semifinale con l’Austria), e la squadra italiana, sentendosi “protetta”, sembra non abbia lesinato in botte agli avversari (è un fatto che Monti in due partite ridusse in infermeria tre giocatori spagnoli).
5 L’uomo non ha peli sulla lingua e dichiara: “Ci sono tante altre persone nel settore privato che possono avere tanto talento quanto ne ho io, ma non hanno la visibilità che dà il football”, Economist, Survey, giugno 2002.
6 Ambasciata del Giappone a Roma, Notizie dal Giappone, n.2-3, 2002.
7 Le guerre all’inizio del Novecento facevano vittime tra i civili per il 5% del totale. Negli anni ‘90 di fine secolo siamo al 90% del totale. E’ scritto nel Rapporto sullo sviluppo umano, Undp, United Nations development program, edizione 1998. In quell’anno, circa 100 milioni di persone risultano coinvolte in conflitti armati.
8 Si veda, tra gli altri, C. Schmitt, Scritti politico-giuridici. Antologia da “Lo Stato”, a cura di A. Campi, Perugia, Bacco & Arianna, 1983; la traduzione italiana di A. Bolaffi di Land und Meer. Eine weltgeschichtliche Betrachtung, Kőln-Lőwenich, Edition Maschke “Hohenheim“, I ed. 1942 (Terra e mare. Una conside-razione sulla storia del mondo, Milano, Giuffré, 1986).
9 Tenendo ben presente la differenza tra stato, nazioni, nazionalità, si prenda nota che uno stato come il Regno Unito, dove si è combattuto per secoli con l’obiettivo dell’unificazione, consente a Scozia, Galles e Irlanda del Nord di andare alle competizioni internazionali con rappresentative autonome. Commentando l’entusiastico supporto degli inglesi alla buona progressione della nazionale di calcio, e in particolare l’inusuale sventolare della bandiera di San Giorgio nella patria di Shakespeare (da tempo si preferisce a Londra la Union Jack, bandiera del Regno Unito), lo scrittore Nick Hornby commenta sul New Yorker di luglio: “Fino a oggi il vessillo di San Giorgio lo vedevamo gonfiarsi soprattutto sulla pancia straripante di birra di un militante dell’estrema destra a spasso con un pitbull, e mai garrire dal finestrino posteriore di una familiare. Nessuno lo voleva più toccare da quando gli hooligan e i fascisti hanno cominciato a usarlo per simboleggiare la loro (bianca) inglesità; nell’ultimo mese, invece, la bandiera con la croce rossa era dappertutto ... L’ubiquità della bandiera ha persino suscitato un dibattito politico cautamente ottimistico sulla possibilità di riprendersi il vessillo che era stato sequestrato dai razzisti...”
10 A volte, purtroppo, non solo metaforicamente “armate”. Si pensi alla guerra guerreggiata che scoppia tra El Salvador e Honduras nel 1969 dopo una partita tra le due nazionali; ai troppi morti che il calcio fa sugli spalti o fuori dal campo tra opposte tifoserie o nei festeggiamenti... Un tentativo di spiegazione, nella citazione: “Una persona guarda la partita ed è come se si vedesse passare davanti agli occhi frammenti della storia nazionale, simboli di forze e di debolezza, drammi umani, vigliaccherie, errori, gesti di coraggio, tecnica, strategia fallimentari e di successo, sconfitte che bruciano come poche altre, esaltazioni tribali, atti di altruismo, protagonismi suicidi e vergogne celate per un rigore mancato o un gol nemico, reso più facile a causa di una disattenzione o dell’arroganza”. U. Pipitone, La metafora totale, La jornada, Messico.
11 Si veda, tra gli altri, C. Schmitt, Teoria del partigiano. Note complementari al concetto di politico, Milano, Il Saggiatore, 1981, trad. di A. De Martinis. Del partigiano il giurista scrive che difende il suo territorio, la sua casa, la sua famiglia, il focolare da un invasore straniero (Haus und Herd und Heimat gegen einen fremden Eindringling), e che come il contadino è legato alla terra. In questo senso è “un pezzo concreto di suolo” e rimane “una delle ultime sentinelle della terra”. Si pensi a come un tifoso spettatore interpreti il ruolo del “suo” difensore in campo, o a come lo stesso tifoso “ viva e commenti” le imprese dei suoi eroi in campo, mentre difendono la propria area o operano un’incursione in area avversaria.
12 La più celebre manina anti-sportiva è quella con cui Diego Armando Maradona segna il 22 giugno 1986, all’Atzeca, di Messico, il primo dei due gol con cui liquida l’Inghilterra. L’arbitro tunisino non vede e non annulla.
13 Le vittime in Russia dopo l’eliminazione della nazionale, in Brasile durante i festeggiamenti per il successo finale.
14 Calciatori di spicco rispettivamente delle nazionali di Francia e Inghilterra i primi due, allenatori di Germania e Inghilterra i secondi.
15 Celebre la definizione del calcio data da Lineker, ex nazionale inglese: “Un gioco in cui ventidue atleti prendono a calci una palla e poi vincono i tedeschi”. A proposito di tedeschi, si ricordi quanto servì alla legittimazione internazionale della neonata Repubblica federale, allora separata dai tedeschi dell’est, la vittoria mondiale del 1954.
16 Per quanto poco rispettoso possa sembrare l’accostamento col gen. De Gaulle che marcia sotto l’Arco di trionfo e restituisce ai parigini la capitale violata dall’occupazione nazista, tant’è: mai, in cinquantasette anni, vi era stata occasione per il rinnovarsi di tanto sventolio di tricolori, baci e abbracci, sorrisi, canti e balli.
17 Dominique Moïsi, “World Cup passions that reflect the real world”, Financial Times, 1 luglio 2002.
18 Simon Kuper, “Coaches sidestep patriot games”, Financial Times, 25 giugno 2002.
19 Long Shot, “Why the World Cup won’t Help Asian Economies”, Hong Kong, 7 marzo 2002.
20 Sembra che il calciatore brasiliano avesse sofferto un attacco epilettico poco prima dell’inizio della finale, e che fosse stato costretto a scendere in campo dallo sponsor, nonostante il suo nome fosse stato escluso dalla formazione. Sulla questione, a Brasilia, s’aprì un’indagine parlamentare.
21 La visita ufficiale nella capitale nord coreana del Primo ministro giapponese Koizumi, nel settembre 2002, è anche effetto del clima politico creato dai campionati. Durante gli incontri, il leader nord coreano ammette che Pyongyang ha avuto responsabilità dirette nel rapimento di undici cittadini nipponici. Chiudendo decenni d’aperta ostilità, i due paesi decidono di normalizzare le relazioni.
22 Nel marzo 2002, Koizumi dice a Seul: «Vorrei approfittare dell’occasione dei Mondiali per ampliare la cooperazione fra Corea e Giappone». Il Presidente coreano ad aprile esprime ai giornalisti giapponesi la volontà di trasformare i mondiali in una occasione per “fare un vero resoconto del passato e creare una nuova relazione orientata al futuro”. Il 2002, grazie al Campionato, è stato dichiarato dai due governi: “Anno delle relazioni fra il popolo giapponese e il popolo coreano”. Ambasciata del Giappone, cit.
23 E’ l’insegnante di ginnastica nordcoreano Pak Doo Ik a trafiggere l’Italia di Edmondo Fabbri. Per la cronaca, lui e i suoi compagni, al rientro in patria, finiscono nei campi di rieducazione del regime, per aver festeggiato smodatamente la vittoria in un bar. In “L’ultimo Gulag”, il nordcoreano Kang Chol-hwan, afferma che, condannato a quattro anni, Pak Doo Ik dopo dodici anni era ancora ospite dei campi comunisti. Le attenzioni della politica verso il calcio hanno, a volte, risvolti penosi per gli atleti.
24 Di fronte all’entusiasmo delle strade e piazze del Senegal, riflette il filosofo senegalese Mamoussé Diagne, mettendo il dito nell’occhio del rapporto calcio-politica: “Si può parlare di follia... fatti del genere accadono una volta nella vita e quest’unicità chiede espressioni di gioia... tutto va avanti come se il paese ne avesse bisogno... A questo punto le autorità potrebbero domandare qualsiasi cosa e ottenerlo. Anzi potrebbero ottenerlo anche senza domandare niente”. Bacari Domingo Mane, Sud Quotidien di Dakar, In Internazionale, 21 giugno 2002.
25 E’ il nome dell’allenatore, un signore francese lungo-crinito che ha un bel giorno assunto identità islamica. Era andato casualmente in Senegal: vi ha trovato moglie, nuova religione, impiego, “benessere spirituale e vera amicizia” dichiara. Altro esempio di come il calcio possa proporsi come metafora della politica, degli incontri e scontri tra culture, oltre che dei destini individuali.
26 U. Pipitone, cit.
27 Il quotidiano senegalese Sud Quotidien, nei giorni del mondiale, ha avvertito di come l’agenzia di marketing Pamodzi, che ha l’esclusiva dell’immagine dei Leoni, avesse intrapreso azioni contro falsari e contraffattori rei di aver iniziato a riprodurre le magliette verdi-gialle con i nomi dei campioni senegalesi Bouba Diop e Camara. Evidentemente garantivano profitti più elevati delle solite griffe alla moda estere!
28 Il costo totale dei soli calciatori (salari e ammortamenti), come percentuale sul fatturato dà i seguenti numeri: Italia 125%, Scozia 100%, Spagna 98%, Francia 80%, Inghilterra Austria Portogallo e Germania, nell’ordine tra 75 e 53%. Economist, “Passion Pride and profit, a survey of football”, June 1st, 2002.
29 Il prezzemolo sta ovunque, i tifosi della Juve anche. L’autore non tiene per le zebre, salvo quando attraversa le strisce pedonali, però riconosce la sana gestione della società degli Agnelli e s’inchina ai risultati sportivi del club torinese.
30 R. De Ponti, Panerai: “Abbiamo un progetto salva-giovani”, Corriere della Sera, 10 settembre 2002.  

 

 

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