Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

 

Nell'Italia moderna e contemporanea l’immigrazione ha costituito negli ultimi quaranta anni una novità storica assoluta.pdf

Per fronteggiare il fenomeno le nostre politiche educative si sono dotate di un corpus variegato di norme, fondate sul principio costituzionale che l’istruzione dei minori è un diritto della persona, indipendentemente dalla posizione giuridica, economica, socio-politica dei genitori e dalla loro presenza o meno sul territorio. A ciascuno studente è riconosciuta pari opportunità in materia di accesso, di riuscita scolastica e di orientamento.

La scuola italiana, a differenza di altri Paesi europei, non istituisce luoghi di apprendimento separati per gli alunni stranieri: recependo norme e raccomandazioni anche sovranazionali, inserisce gli studenti nelle classi comuni e attiva progetti educativi che valorizzano l’unicità bio-storica dei singoli. Essa adotta la prospettiva interculturale per tutti gli alunni e a tutti i livelli (insegnamento, curricoli, didattica, discipline, relazioni, vita di classe), ravvisando la necessità di lavorare sugli aspetti cognitivi e relazionali oltre che su quelli contenutistici.

La finalità formativa é il riconoscimento della diversità. Assumerla come paradigma costitutivo dell’identità della scuola nel pluralismo significa aprire l’intero sistema a tutte le differenze (di provenienza, genere, livello sociale, storia scolastica) per costruire la convergenza verso valori comuni, rendere possibile la convivenza e affrontare i conflitti che inevitabilmente ne derivano.

Agenzie, strategie e strumenti di accoglienza e integrazione vengono dunque utilizzati in prospettiva interculturale, promuovendo il dialogo e il confronto tra le culture quale occasione di conoscenza delle differenze, di rispetto delle diversità e di riconoscimento delle comunità autoctone. Fin qui le dichiarazioni di principio.

Nella realtà, integrazione si rivela un termine tanto rassicurante quanto ambiguo e ingannevole, carico di suggestioni derivanti dalle scienze sociali, che lo hanno utilizzato quando predominava una concezione eurocentrica della storia e la società europea, nonostante le crisi e i conseguenti mutamenti che le potenti sollecitazioni dell’era moderna inducevano, era concepita come un sistema sostanzialmente stabile, inamovibile, indiscutibile, radicato nell'idea di Stato-Nazione.

Attualmente invece i flussi migratori sono così massivi da costringere ad elaborare un paradigma della coesione sociale che modifichi il significato essenzialmente strutturale e funzionale di questo termine, diventato nel frattempo complesso e polisenso.

Se, infatti, integrazione viene declinata come funzione di equilibrio tra parti di un sistema pre-esistente, si cade nell’equivoco di confonderla con il suo opposto: essa significa allora assimilazione dei nuovi arrivati nel contesto normativo e culturale dominante. Tale tentativo, spesso attuato nella storia delle immigrazioni, ha avuto successo solo nei casi in cui i gruppi immigrati erano poco numerosi o privi di legami con la terra di origine; diversamente, se il gruppo era abbastanza
numeroso e soprattutto socialmente coeso e culturalmente attivo, il tentativo ha sempre dato origine a forti tensioni sociali.

Se, invece, integrazione è declinata come mescolanza di culture diverse, cioè come presenza di contiguità socio-culturali nel territorio, può scaturirne una situazione nella quale convivono comunità chiuse, che si ignorano reciprocamente, potenzialmente aggressive, in un contesto nel quale i processi di meticciamento sono possibili ma presumibilmente molto lenti o aleatori e dove la tolleranza è concepita come indifferenza per l’altro, fin quando l’altro non viene percepito come una minaccia. L’integrazione così intesa - comunque potenzialmente conflittuale - può realizzarsi più facilmente tra la popolazione immigrata di seconda generazione (in bilico tra la cultura dei padri e quella contestuale) e i coetanei autoctoni, dimostratisi in grado di elaborare lo shock culturale.

Se, infine, integrazione viene declinata come progetto trans-culturale e non solo inter-culturale, il contesto sociale acquista un profilo radicalmente nuovo, giuridicamente guidato e garantito in funzione del capitale sociale (soggettiva costruzione di una realtà di significati e di rapporti, basata sul meticciamento di ricorrenti esperienze individuali), in un contesto caratterizzato dal principio di ospitalità (E. Jabés) e dall'etica del riconoscimento (D. Sparti).

A quale fra queste prospettive di integrazione si ispira e si riconosce la scuola italiana? Per quanto sia allettante pensarla in riferimento alla terza fra quelle indicate e nonostante il richiamo normativo inciti ad una visione transculturale della società e dei diritti, sembra che essa sia tuttora asservita ad una visione sostanzialmente assimilatrice della formazione.

La complessità dell'inserimento degli stranieri nella scuola continua a far rilevare molteplici criticità:
1. Difficoltà istituzionali. Comunque inteso, un processo del genere richiede molti soggetti: mediatori culturali, facilitatori dell'insegnamento e delle relazioni, referenti per l'educazione interculturale, associazioni di promozione sociale, comunità straniere di riferimento etc., la cui presenza nelle scuole non é né abituale né scontata, a volte nemmeno cercata. Per ottenerne la collaborazione occorre aprirsi al territorio, progettare ed attuare percorsi congiunti tra operatori esterni e interni alla scuola, in sinergia con tutte agenzie preposte alla prevenzione delle discriminazioni e dei pregiudizi, alla lettura comune dei bisogni emergenti e alla co-gestione degli interventi.

2. Difficoltà degli insegnanti. I docenti lamentano di essere lasciati soli ad affrontare i problemi dell'inserimento, senza il supporto di personale qualificato, di metodologie innovative e di strumenti didattici adeguati, senza una formazione specifica, con classi spesso numericamente sovraffollate, aule piccole, non attrezzate o inadatte alle pratiche laboratoriali - indispensabili per introdurre ai contenuti e alle relazioni chi non conosce bene o affatto la lingua ospite. In particolare i recenti tagli al finanziamento scolastico non consentono l'attuazione delle best practices necessarie per fermare l'emorragia degli abbandoni scolastici (vera minaccia ai principi costituzionali) e per raggiungere quegli standard formativi europei che le rilevazioni OCSE-PISA non hanno mai riconosciuto alla scuola italiana.

3. Inadeguatezza didattica complessiva. Da strumenti e alleati preziosi per riflettere criticamente e consapevolmente sulla relazione tra la dimensione locale in cui la scuola è inserita e il contesto mondiale in cui si pone, curricoli, programmi e testi spesso si trasformano in ostacoli: rigidi, etnocentrici, inadatti a stimolare il confronto culturale e il coinvolgimento empatico, sovraccarichi di contenuti e poco utili ad approfondimenti e riflessioni che esulino dai programmi tradizionali.

4. Difficoltà nel sostenere i processi formativi. Emergono carenze nella formazione degli operatori, nella collaborazione tra i diversi ordini di scuola, nella creazione di gruppi di lavoro misti (docenti, mediatori, esperti), nel cogliere le aspettative e le difficoltà delle famiglie e degli studenti, nel garantire realmente pari opportunità di scelta e di orientamento degli stranieri, nella valorizzazione del plurilinguismo, etc.

In Italia la popolazione scolastica di alunni immigrati è rapidamente cresciuta: negli ultimi venti anni è più che decuplicata. Psicologicamente e culturalmente l’effetto è stato imponente, anche se quantitativamente si tratta di una percentuale piuttosto bassa rispetto ai Paesi europei con più lunga storia di immigrazione. Tra le comunità immigrate particolarmente numerosa é la popolazione scolastica proveniente dalla Romania, dall’area balcanica (Albania ed ex Jugoslavia) e dal Maghreb (soprattutto Marocco). Significative sono inoltre le presenze extraeuropee: soprattutto filippini, cinesi e sudamericani (in particolare ecuadoregni, peruani e argentini). La consistenza maggiore si concentra nella scuola primaria: ciò significa che, nella progressione degli studi, la scuola secondaria accoglierà un’onda generazionale di studenti stranieri la cui scolarizzazione di base è simile agli standard della popolazione ospitante.

Purtroppo il confronto fra gli esiti scolastici positivi nei diversi ordini di scuola vede ancora la netta supremazia degli autoctoni, anche se il dato non é distribuito in modo omogeneo fra le regioni e le diverse tipologie di scuola. Per quanto la comparazione possa apparire ragionevole, in realtà mettere in correlazione diretta l’insuccesso scolastico col numero totale degli studenti stranieri frequentanti può determinare una fuorviante lettura etnica del problema, poiché separa l'insuccesso dal dato complessivo della popolazione scolastica e considera come etnicamente omogenea una provenienza che invece deriva dai contesti socioculturali più diversi.

Queste criticità, una volta comprese le radici storico-socio-culturali e le conseguenze organizzativo-pragmatiche, consentono di intravvedere i possibili scenari futuri. Non bastano i singoli docenti, sensibili e capaci, a compiere l’impresa: le buone prassi - oggetto di tante affermazioni di principio, eppure non ancora consolidate nella pratica quotidiana - hanno bisogno di un fattivo e coordinato sostegno istituzionale, organizzativo, economico, logistico, giuridico, politico, sia a livello locale che nazionale e sovranazionale.

Diversamente non potranno che risentire dei localismi etnocentrici, troppo spesso sopraffatti da pregiudizi, ignoranza, provincialismo, autoreferenzialità, in una società che sovente continua a trattare i migranti come non persone: ne sono sintomo le lungaggini burocratiche che i migranti sperimentano quando chiedono la cittadinanza italiana - ancora legata allo jus sanguinis - senza eccezione per i ragazzi che da anni studiano nelle scuole italiane - quelle stesse scuole che perseguono come finalità educativa proprio la formazione della cittadinanza.pdf

Si tratta di manifestazioni diverse ma convergenti della cosiddetta intolleranza morbida, un atteggiamento diffuso che si esprime in modo più o meno legale (ricordiamo la prassi dei respingimenti in mare, recentemente condannata dalla Corte Europea dei Diritti Umani, o le polemiche sulla gestione dei Centri di Permanenza Temporanea) e che la scuola, insieme alle altre agenzie educative, é chiamata a disconfermare e combattere.

 

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